Parlare di crisi per descrivere la disastrosa situazione della Scala è un rassicurante eufemismo: il teatro lirico più famoso del mondo è ormai alla paralisi. Una paralisi resa inevitabile non tanto dai burrascosi eventi della giornata di ieri - caratterizzata da voci e smentite sulle dimissioni del maestro Riccardo Muti, dopo la richiesta avanzata in tal senso dai dipendenti scaligeri - quanto dalla fredda indifferenza con cui i vertici della fondazione vi hanno assistito. La quasi totalità dei lavoratori scaligeri ha sfiduciato il direttore musicale, il sovrintendente Mauro Meli e l'intero consiglio d'amministrazione presieduto dal sindaco Gabriele Albertini. A loro nessuna risposta è stata data, se non le poche parole di Meli intercettato dai cronisti mentre stava prendendo possesso del suo nuovo ufficio: «La situazione della Scala è grave, ma non mi sento affatto causa di questa agitazione. La soluzione è riprendere il dialogo, nominare un direttore artistico che deve essere forte e autorevole. Mi auguro di poter contribuire alla ripresa del dialogo». Lo stesso invidiabile aplomb sfoderato dal ministro dei beni culturali Giuliano Urbani, a cui presto potrebbe toccare l'onere di nominare un commissario per il Piermarini: «Tutti i soggetti coinvolti nella vicenda del teatro sappiano creare le condizioni affinchè Muti continui a dirigerlo oggi e per gli anni a venire». Come se la situazione non fosse esplosa al licenziamento dell'ex sovrintendente Fontana, come se l'assemblea dei dipendenti della Scala non avesse emesso un chiaro verdetto di bocciatura, come se i rapporti tra il direttore e la sua orchestra non fossero irrimediabilemte compromessi. Con il testo approvato a stragrande maggioranza ieri mattina (solo due voti contrari e tre astenuti su settecento presenti tra orchestrali, coristi e macchinisti) i lavoratori hanno «stigmatizzato il comportamento provocatorio del sindaco» e riconfermato «il giudizio negativo sul ruolo avuto dal consiglio d'amministrazione» a cui chiedono di «azzerare le proprie decisioni a partire dalla nomina del nuovo sovrintendente e dimettersi». Hanno respinto «il tentativo da parte del sindaco di addossare ai lavoratori la responsabilità dell'ingovernabilità del teatro» e soprattutto hanno chiesto al direttore musicale Muti di «rassegnare le dimissioni dal proprio incarico». Sono quindi bastate un paio d'ore perché si annunciassero le dimissioni rassegnate dal maestro e perché, a stretto giro di posta, queste fossero smentite ufficialmente dalla fondazione. Probabilmente la lettera in cui Muti abbandona l'incarico si trova già sulla scrivania di Gabriele Albertini, in attesa che il cda convocato per oggi decida se accettarle o rifiutarle, radicalizzando lo scontro e aprendo così la via al commissariamento del teatro. Il mondo politico ora invoca serenità, in modo da scongiurare l'abbandono di Riccardo Muti dalle scene scaligere, ma la dura realtà è che difficilmente il maestro potrà tornare a dirigere la sua orchestra. Certamente non con l'armonia e il clima di sintonia artistica di un tempo. La squadra si è rotta e la resa non sarà più la stessa, lo dimostrano senza equivoci le parole dei musicisti. Zani, orchestrale: «Non ci sono più le condizioni per fare musica, per suonare ci vuole cuore e nessuno può stare con il cuore aperto davanti a Muti». Formisano, primo flauto: «Mi dispiace essere qui per dargli la sfiducia, ma Muti ci ha spinto sulla strada del non ritorno, compromettendo definitivamente qualsiasi possibilità di collaborazione». Torsiello, basso tuba: «Per fare musica la condizione emotiva conta al 90 e noi siamo molto offesi. A che cosa sono serviti 250 anni di storia gloriosa se secondo lui siamo attivi nella cerchia dei Navigli? In questo teatro si è instaurato un ventennio di dittatura, è un cesarismo che non sopportiamo più». Una corista interviene a sdrammatizzare: «La Scala con la storia che ha non cadrà certo nel baratro se Muti dovesse andarsene. Probabilmente l'avrebbe già fatto se avesse avuto un'occasione migliore». Filisetti, trombonista, tira le somme per tutti: «Se c'è un divorzio, questa è casa nostra. È lui che deve andarsene». Le carte della separazione sono dunque pronte, resta solo da firmarle. Ma in attesa degli esiti definitivi, la battaglia giudiziaria è già iniziata: la Cgil ha querelato il sindaco per le sue «dichiarazioni calunniose» a proposito di presunte promozioni concesse da Fontana ai dipendenti più sindacalizzati, Fontana ha fatto altrettanto sia nei confronti di Gabriele Albertini che di Mauro Meli «per diffamazione aggravata a mezzo stampa», sottolineando la loro natura di dovuti scatti d'anzianità, tutti controfirmati dal capo del personale del teatro. Anche il ricorso alla magistratura di Fontana è la prova di una situazione ormai irrecuperabile, che lo stesso sovrintendente, ascoltato al Senato, ha spiegato con il rifiuto da parte dei dipendenti della «monarchia assoluta di una persona»: «Non c'è nulla di politico nella richiesta di dimissioni del maestro». Quello che succederà ora, invece, avrà molto a che fare con la politica. La vicenda continua, il prossimo appuntamento è per il concerto gratuito di domani al Conservatorio Verdi, organizzato dai gruppi della Scala come segno di dialogo e di presenza nei confronti della città. Ci saranno orchestra e coro. A dirigere sarà il primo violino, non Muti.
Attenzione Scala pericolante
La Scala, teatro lirico più famoso del mondo, è in crisi. I lavoratori hanno sfiduciato il direttore musicale Riccardo Muti, il sovrintendente Mauro Meli e il consiglio d'amministrazione. Il sindaco Gabriele Albertini ha cercato di addossare la responsabilità dell'ingovernabilità del teatro ai lavoratori, ma questi hanno respinto il tentativo. La situazione è grave e la possibilità per Muti di tornare a dirigere la sua orchestra sembra minima. I musicisti hanno espresso la loro disapprovazione per il comportamento di Muti e hanno chiesto la sua dimissione. La Cgil ha querelato il sindaco per le sue dichiarazioni calunniose.
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