Caro Conti, se non altro per l'attualissimo principio della par condicio spero non vorrà rifiutare una voce contraria alla geremiade conservatrice contro l'utilizzo di piazza di Siena per il Concorso Ippico. Ho 80 anni e ricordo che fin da piccolo era uno degli eventi della primavera romana. C'era anzi la convinzione che il Concorso portasse acqua (l'ultima prima dello «scoppio» dell'estate). Perché ora questo accanimento contro un evento che, tutto sommato, non solo contribuisce a mantenere viva la nostra splendida città ma anzi allarga ogni anno la platea dei visitatori-turisti? È come se si volesse cancellare il Palio di Siena, la Corsa dei Ceri a Gubbio, gli Scacchi di Marostica, le corride di Siviglia o la Oktober Fest di Monaco di Baviera. È molto simile, il principio conservatore alla base dell'anti-piazza di Siena, alla lotta macchiettistica anti-tavolini dei bar e ristoranti non solo romani (portano vita, allegria e turisti: sono la linfa vitale di una città che non vuole morire di noia e di tristezza). Va bene curare le ricchezze naturali e paesaggistiche che la Natura ci ha dato: ma si rischia di cadere nella «cultura funeraria»... Ben venga il Concorso Ippico a Villa Borghese, almeno per una settimana frequentata non solo da quegli stupidi risciò. Ambasciatore Antonio Napolitano Caro lettore, nessuno vuole sfrattare il Concorso Ippico, sia ben chiaro. Si chiede che gli allestimenti non devastino, com'è accaduto in passato, parte del patrimonio arboreo. Che i Tir non sostino tra i pini. Che l'organizzazione privata paghi il dovuto per occupare una meraviglia collettiva come villa Borghese. Questione di regole. Lo stesso vale per i tavolini, che occupano spazio pubblico. Cioè «anche» suo, caro lettore. Come sua è «anche» villa Borghese. Paolo Conti