C'era una volta la Roma neocapitale d'Italia. Dove la «fortissima esigenza di autoaffermazione... si esprimeva in un'architettura solenne e glorificante, nella ricerca di uno stile nazionale, nell'urgenza di inventare tipologie idonee a esprimere... la nuova società» (Irene de Guttry, Guida di Roma moderna, ed. De Luca). Detto in parole povere e parafrasando Ecce Bombo: ce lo siamo meritato, il Palazzaccio. E l'Altare della Patria, e le Poste di San Silvestro (a margine: ci sarà mai un giudice a Berlino, o almeno al Tiburtino, che si pronuncerà sulla recente scemenza di pedonalizzare la piazza più brutta del centro storico più bello del mondo? Mah). E tutti i mammozzoni tentativamente monumentali, effettivamente super-pompier, che alla fine dell'Ottocento sono stati strategicamente costruiti in punti in cui siamo costretti a passare continuamente, e che perciò ci rovinano l'umore. Questa gita non mira a rivalutarli. Solo a passarli in rassegna in una mattina festiva, con poco traffico, per potersi fermare e godere appieno della loro bruttezza, che magari, in qualche momento, troppo brutta non è. Si parte, è inevitabile, da piazza Esedradella Repubblica. I due palazzoni incurvati e porticati opera dell'architetto Koch accolgono chi arriva da Termini con la megalomania fuori luogo di certi esponenti della nostra classe dirigente. Ci affaccia da via Vittorio Emanuele Orlando (col suo pompierissimo Grand Hotel) verso largo di Santa Susanna, per buttare un occhio sull'ex regio Ufficio Geologico, sulla destra (lì accanto, in Santa Maria della Vittoria, c'è la berniniana statua di santa Teresa, andata in estasi prima che la zona fosse costruita). Si torna indietro e si scende per via Nazionale, calvario di sampietrini sconnessi. Prima si costeggia a destra il Palazzo delle Esposizioni, del 1883, non tremendo, non del tutto convincente (il bar in cima, entrata su via Milano, però, è piacevole); poi, sulla sinistra, Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia, che è imponente e rispettabile ma poco assertivo, e nessuno lo apprezza veramente (metafora). Poi si scende trionfalmente per via Quattro Novembre, per incontrare la torta di compleanno più fuori luogo della città. L'Altare della Patria o Vittoriano, progettato nel 1885 e costruito in marmo di Botticino; non c'entrava con Roma, i suoi materiali, i suoi colori, ma veniva dal Bresciano, come l'allora presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli (non un caso). Il Vittoriano incombe su una piazza sgangherata, e fuori scala (brutto anche il palazzo delle Generali, triste l'aiuola al centro, insensati per noi del Corriere gli infiniti turisti che ci intasano il portone del giornale per fotografare il monumento). Poi si imbocca via del Corso, ammirando altre icone pompieristiche, la Galleria ora Alberto Sordi, l'ex Rinascente ora Zara, e si gira a sinistra in via Tomacelli. Via Vittoria Colonna porta a piazza Cavour e al gigantesco, enigmatico, inemendabile ma amato Palazzaccio (si può lasciare la bici e riposarsi sul prato, perlomeno, ora).