Vuitton e la Fondazione Musei Civici Accordo per finanziare i restauri Forse sarà per il legame speciale con la cultura e lo stile di vita che cattura gli americani quando s'innamorano dell'Italia ma Michael Burke, presidente e amministratore delegato di Louis Vuitton, quando si parla di Unione Europea e del nostro Paese è un ottimista convinto ben oltre gli obblighi contrattuali. O forse sarà stata la vicinanza soltanto poche centinaia di metri con la Basilica di San Marco. Ma sta di fatto che sentire dalle labbra del capo americano di una mega-azienda francese parole come «mi considero un po' italiano, qui ho vissuto (Vuitton e Dior a parte ha diretto Fendi e Bulgari, ndr) e qui spero di tornare un giorno anche se adesso sono diventato nuovamente parigino per motivi di lavoro», fa sempre piacere. All'inaugurazione, ieri, della Maison Louis Vuitton Venezia nel palazzo del Cinema San Marco, Burke ha ripetuto come «proprio questa città, probabilmente la prima città moderna nel senso nel quale lo intendiamo oggi, che fu potenza mondiale basata sul commercio e non sulla forza militare, che esportava merci e cultura, dimostra quello che oggi chiamiamo soft power. La capacità di vincere senza armi: ecco, tutti noi dobbiamo essere orgogliosi eredi di quel mondo nel 21esimo secolo». Quello veneziano è il terzo negozio Vuitton in Veneto, in nessuna regione italiana ce ne sono tanti, e in Veneto Vuitton impiega 400 persone in un grande stabilimento-laboratorio. Dice Burke: «A soli trenta minuti da qui i nostri artigiani fanno il nostro made in Italy (a Fiesso d'Artico, sulle rive del Brenta, polo calzaturiero, ndr). Ecco, la risposta alla crisi europea è questa: il design, il manifatturiero, la vendita commerciale nella stessa città, nella stessa regione. L'Europa, e l'Italia, vincono così nel mondo. Con la creatività, la bravura artigianale, con il commercio. Ci credo fermamente: il futuro dell'Europa, e dell'Italia, è luminoso». La nuova Maison veneziana ha sede in un palazzo che nel 1908 diventò un cinema e fu ricostruito nel 1936 dall'architetto Brenno Del Giudice con linee straordinariamente innovative, più simili al design nautico che a quello teatrale, e decorato dalle sculture di Napoleone Marinuzzi e dal pittore Guido Cadorin. «Un palazzo a forma di baule, fatto per resistere a tutto» secondo lo storico dell'arte Adrien Goetz: niente di più adatto per una maison che sui bauli e sul viaggio ha costruito un marchio globale. E per festeggiare quello che oltre a un negozio è già e diventerà sempre più col tempo un museo e uno spazio espositivo e una libreria di volumi d'arte ecco in mostra all'ultimo piano la storia del rapporto di Venezia con Louis Vuitton. I fregi della facciata di Palazzo Ducale ispirarono Georges Vuitton quando creò il monogramma tuttora stampato sugli accessori «LV»: la somiglianza ancora oggi impressiona. Gaston-Louis Vuitton era visitatore frequentissimo e la casa conserva ancora e ha stampato in volume gli adesivi dei grandi alberghi veneziani sui suoi bagagli. Grandi veneziani come Peggy Guggenheim e Carlos de Beistegui erano clienti Vuitton, e proprio il baule da viaggio di quest'ultimo, che lo accompagnò nel suo giro del mondo a fine Ottocento, è stato esposto (temporaneamente, e sempre sotto l'occhio cortese ma molto vigile di un addetto alla security) all'ingresso della nuova Maison. Che sarà anche spazio di mostre grazie a una partnership con la Fondazione Musei Civici Venezia: Vuitton finanzierà restauri di opere che poi verranno esposte all'ultimo piano luminosissimo, grazie al grande skylight del soffitto. In più, giovani artisti veneti verranno selezionati e a loro verrà chiesto di creare un dialogo tra passato e presente (Bernard Arnault, patron di Lvmh, è uno dei più grandi collezionisti d'arte del mondo, oltre a essere il quarto uomo più ricco). Visto che al di là della cultura e dell'amore per Venezia trattasi di un negozio, per l'apertura Vuitton ha presentato una maschera di Carnevale in edizione limitata (oro giallo e bianco incastonato con diamanti, cornaline e zaffiri gialli) e una borsa nuova, la Mini Noé, evoluzione di quella inventata nel 1932 per accontentare un produttore di champagne che voleva trasportare con un certo stile e dispendio di mezzi cinque bottiglie.