Erano forse ottocento, ieri in platea e nei palchi del Piermarini, a chiedere a gran voce le dimissioni di Riccardo Muti. Molti più degli orchestrali e dei coristi. A dar loro man forte erano accorsi loggionisti e militanti di varie associazioni. "Il popolo della Scala", come l'ha definito uno dei suoi leader, ha conquistato il proscenio sotto le luci delle telecamere. Quando è calato il sipario, si è subito diffusa la voce che il maestro avesse accolto l' invito, dicendo addio al teatro al quale è legato da 19 anni. Più tardi è arrivata la smentita della Scala: ma quali dimissioni, Muti resta. A licenziare il direttore musicale, come il sovrintendente, può essere solo il consiglio di amministrazione, non un'assemblea informale di lavoratori o cittadini. Abbiamo il massimo rispetto per gli orchestrali della Scala, ai quali siamo debitori di tante, indimenticabili emozioni. Ma questa volta proprio non li abbiamo capiti. E loro pronunciamento somiglia troppo a un vecchio film anni 70. Allo stesso modo, a suo tempo, era stato sfiduciato Claudio Abbado: ma era un'altra epoca, nella quale pareva ancora che la democrazia "dal basso" dovesse avere la meglio su ogni logica di eccellenza. Non credevamo di dover assistere a una replica di quel clima, di quella cultura o sottocultura che credevamo sepolta per sempre. E ora ci domandiamo quale impatto potrà avere il nuovo Sessantotto scaligero sul futuro del teatro più importante del mondo. Come reagiranno gli investitori? Quale direttore, italiano o straniero, accetterà di ereditare un'orchestra che pensa di potersi dirigere da sola? Riccardo Muti avrà pure commesso errori, come tutti in questa confusa e imbarazzante vicenda (incluso il sindaco Gabriele Albertini). Ma il suo curriculum lo colloca tra i maggiori interpreti musicali del nostro tempo. E gli orchestrali che oggi si ribellano alla sua presunta "dittatura" dovrebbero ricordare quanti successi hanno riscosso nel mondo, da Tokyo a New York, proprio grazie a lui. Anche se nessuno è insostituibile, un suo abbandono traumatico, sull'onda di una rivolta corporativa e di meschine manovre preelettorali, sarebbe un pessimo segnale per la Scala e per il Paese. In queste settimane abbiamo assistito, in un crescendo rossiniano, a una rincorsa avvilente di voci e insinuazioni, di insulti e calunnie. Non un'opera buffa, ma un dramma che lascia tutti sbigottiti, e getta discredito su uno dei pochi marchi vincenti del made in Italy. Come ha detto un grande professionista milanese vicino alla sinistra come Guido Rossi, la musica non ha colore, non guarda alla tessere ma alla qualità delle note, degli strumenti, delle esecuzioni. A chi interessa sapere per chi voti Claudio Abbado, o Maurizio Pollini? O se siano iscritti a qualche sindacato? Bene ha fatto il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani ad auspicare che Muti rimanga al suo posto. L'assemblea è una forma rispettabilissima di democrazia quando si tratti di discutere piattaforme sindacali e iniziative di lotta. Non può decidere il destino di un'istituzione culturale, né disarcionare un direttore ammirato nel mondo.
Muti lascia, anzi no: alla Scala si replica il Sessantotto
Ieri sera, a teatro, si è diffusa la voce che Riccardo Muti abbia chiesto le dimissioni come direttore musicale della Scala. Molti, tra orchestrali, coristi e loggionisti, hanno chiesto la sua uscita. La Scala ha smentito, ma non ha chiarito se Muti abbia effettivamente chiesto le dimissioni. Il sovrintendente può licenziare il direttore, ma non un'assemblea informale di lavoratori. Gli orchestrali della Scala hanno pronunciato un discorso somigliante a quello di Claudio Abbado, sfidato nel passato. La democrazia "dal basso" non dovrebbe influenzare la scelta di un direttore.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo