Un lungo elenco di templi nel sottosuolo: citati dalle fonti e mai trovati UN VIAGGIO avvincente nella storia del culto imperiale a Roma, che nasconde un piccolo giallo archeologico: quello di una quindicina di templi e santuari citati dalle fonti, ma ancora da scoprire nel sottosuolo dell'Urbe. A ripercorrerlo, nella conferenza Roma. Culto imperiale e paesaggio urbanoin programma oggi pomeriggio all'Istituto archeologico germanico, è Domenico Palombi, professore di Archeologia classica della Sapienza. Analizzando le fonti letterarie, epigrafiche e numismatiche, Palombi ha ricostruito una lista degli imperatori e dei membri delle loro famiglie divinizzati, da Cesare fino all'avvento di Costantino. «Ne risultano ben 59, di cui 25 citati nella letteratura antica in riferimento a luoghi di culto, a cui se ne aggiungono 6 titolari di sacerdozi. La cosa sorprendente, se consideriamo che questi divi dovevano avere almeno un santuario dedicato, è il fatto che a Roma fino ad oggi se ne possano localizzare solo una decina, fra quelli che possiamo vedere, come il tempio di Adriano a piazza di Pietra, e quelli che sappiamo essere stati cancellati da successive modifiche urbanistiche, come il tempio della Gens Flavia al Quirinale, eliminato da Diocleziano nell'edificazione delle terme». Ancora avvolta nel mistero è, invece, la posizione del templi di Commodo, di Nerva o dei Severi. Così come, per esempio, quella dei santuari dedicati a Iulia Drusilla, sorella di Caligola, a Claudia, figlia di Nerone, e a Poppea. Ed è questa la "sfida" lanciata dallo studio alla ricerca archeologica sul campo: «Sappiamo dell'esistenza di quei santuari, ma ancora non siamo in grado di localizzarli ». Il culto imperiale introdotto da Augusto (pur con l'ingombrante precedente di Cesare, titolare del tempio sulla piazza del Foro) diede vita a un sistema teologico aperto in cui all'adorazione del principe vivente si affiancava a quella degli imperatori morti e divinizzati dal senato, spesso dopo aperti conflitti per la legittimazione del loro buon operato, come nel caso di Adriano, divinizzato dopo un primo rifiuto solo grazie a un deciso intervento di Antonino Pio. Il culto assumeva di volta in volta forme diverse, anche particolarmente singolari. Celebre il caso di Caligola, mai divinizzato dopo la morte, che nel santuario dedicato al proprio numen (l'ispirazione divina dell'azione del principe) e probabilmente collocato fra il Palatino e il Campidoglio, mentre era in vita pretendeva che la sua statua fosse vestita ogni giorno in maniera identica alla propria e che gli fossero sacrificati costosi e stravaganti animali esotici. «Il culto imperiale cominciò a decadere nella prima metà del III secolo dopo Cristo, quando Massimino il Trace a causa della grave crisi economica tagliò i fondi a esso destinati spiega Palombi Ma sopravvisse in realtà ancora a lungo, come caposaldo del principio di autorità imperiale, anche dopo l'avvento di Costantino, nonostante la parallela diffusione del cristianesimo». Nel corso del III secolo d. C. numerosi furono i tentativi di creare un luogo di culto collettivo: Alessandro Severo propose di erigere nel foro di Nerva le statue di tutti i divi, Tacito invece avrebbe desiderato costruire un nuovo tempio, che però non fu mai realizzato. Il culto degli imperatori divinizzati potrebbe però essersi successivamente sviluppato all'interno del Pantheon, come risulta da una visita di Costanzo II che intorno alla metà del IV secolo dopo Cristo ammirò lì le statue dei suoi predecessori.
ROMA - Cercando Poppea, Caligola e Commodo ecco il viaggio tra i santuari scomparsi
Domenico Palombi, professore di Archeologia classica della Sapienza, ha analizzato le fonti letterarie, epigrafiche e numismatiche per ricostruire una lista degli imperatori e dei membri delle loro famiglie divinizzati a Roma. Ne risultano 59, di cui 25 citati nella letteratura antica in riferimento a luoghi di culto. Tuttavia, solo una decina di questi templi e santuari sono stati localizzati, mentre altri restano avvolti nel mistero. Il culto imperiale introdotto da Augusto diede vita a un sistema teologico aperto, in cui all'adorazione del principe vivente si affiancava a quella degli imperatori morti e divinizzati dal senato.
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