L'intervista Nel dibattito sulla concessione di palazzi e monumenti cittadini si inserisce l'architetto e direttore di Orsanmichele «NON è vero che è sempre e soltanto una «svendita», mettere a profitto il patrimonio monumentale di una città. Certo, queste cose bisogna farle per bene, altrimenti invece di un'occasione culturale e economica rischiano di diventare un ennesimo problema». Antonio Godoli, architetto, direttore di Orsanmichele, gioiello architettonico spesso messo a disposizione di eventi anche privati, ne è convinto: non tutti i modi di fare soldi utilizzando come location i beni culturali sono uguali, e non tutte le concessioni di questo tipo sono sbagliate. In che senso, architetto? «Nel senso che anche far utilizzare a un privato un palazzo storico, se concesso nel modo giusto, svolge un ruolo culturale. Certo, l'ideale sarebbe che la sensibilità per la cultura nascesse dall'educazione, sui banchi di scuola, dallo studio e dalla conoscenza attenta, e però non si può negare che anche un'offerta diversa può contribuire alla sua diffusione». Vuol dire anche un'occasione mondana come il matrimonio di un ricco indiano? «In fondo, entrare in un luogo monumentale anche solo per partecipare a un cocktail, o a un altro evento privato e non direttamente culturale, può essere l'occasione per conoscerlo per la prima volta, goderselo come magari non capiterebbe. E magari proprio per toccare con mano la sua importanza e il suo valore non economico, bensì, appunto, culturale, e quindi per cominciare a diventare consapevoli dell'importanza delle opere d'arte e di una città come Firenze che ne ospita così tante». E questo a suo giudizio basta a giustificare un uso ristretto di un patrimonio che è di tutti? «A certe condizioni, naturalmente. Per esempio, che si vaglino attentamente le richieste, accogliendo solo quelle opportune. Che non ci siano danni di nessun tipo. E in ogni caso, che il luogo non sia trasformato o reso irriconoscibile, ma resti se stesso. Sarebbe un controsenso, infatti, che un palazzo o una piazza scelti come sfondo di un evento perché sono quello che sono, vengano poi snaturati al punto di sparire sotto qualche installazione del tutto estranea alle sue caratteristiche. Bisorgna creare appositi protocolli e farli rigorosamente rispettare». E poi c'è la contropartita economica, che poi sembra essere la vera molla delle concessioni fatte finora. Anche se c'è chi sostiene che di solito ci si accontenta di troppo poco. «Sì, è vero. E infatti bisogna anche qui fare in modo che di benefici ne arrivino davvero, e siano congruenti al valore immenso del nostro patrimonio culturale. Altrimenti davvero bisognerebbe parlare di svendita, che è poi una forma di mancanza di rispetto per ciò che a tutti appartiene, e che tutti ci rappresenta in modo così nobile nel mondo».