«I finanziamenti si sono trasformati in un giacimento clientelare» Ancora i tedeschi a farci lezione. Ora sulla spesa culturale, ecco Kulturinfarkt un volume di Dieter Haselbach, professore a Marburgo, Armin Klein, direttore del Teatro di Francoforte, Pius Knusel, giornalista e addetto alla sponsorizzazione culturale del Credit Suisse, Stephan Opitz, professore a Kiel e responsabile Cultura del Land Holstein (Marsilio ed., pp. 272, euro 18,00). Il volume è una miniera di analisi e proposte con un sottotitolo-provocazione: «Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura». A scriverlo in Italia si finirebbe in croce, tanto siamo condizionati dalla imposizione politica e sindacale che hanno tramutato i finanziamenti per le attività culturali in un giacimento clientelare. Bisogna andare oltre le lamentazioni come cerca di fare a Milano l'Associazione Ateatro, presidente il critico Oliviero Ponte di Pino, che lancia le «Buone Pratiche del Teatro». Sulla spesa per la cultura l'Eurostat mette l'Italia in coda. Ma i dati non sono aggregati perché la spesa italiana ha più fonti: Governo con Ministeri diversi, Presidenza Consiglio, Enti locali, Regioni con fondi propri e Fondi europei (spesso utilizzati in modo distorto e quindi di non facile accertamento). Kulturinfarkt compie una analisi mirata sulle esperienze tedesche. Si constata che non è più possibile «il teatro a tutti i costi», perché vi è «troppo di tutto e con le stesse cose ovunque», con un incremento in Germania dei Festival teatrali: dai 25 del 1990 ai 59 del 2009 ma con un calo di spettatori. Il sovradimensionato dell'offerta culturale è evidente. Nello sviluppo di una critica molto serrata alla utilizzazione di risorse pubbliche per sostenere la cultura gli autori, però, non traggono la conclusione che siano necessari tagli. Il problema è il come, non il quanto. L'esperienza italiana può valersi di questo input anche se con la sua lunga storia. A Bari quando venne chiusa l'unica modesta sala teatrale cittadina i113 luglio 1835, mentre recitava la Compagnia Centofanti, l'Intendente Marchese di Montrone, decise un sussidio di 11,27 ducati agli attori (erranti «scavalcamontagne») con un prelevamento da un fondo di bilancio titolato per «incoraggiamento ed altro alle imprese teatrali». Ma è la lirica, 1921, con la Scala, a ricevere interventi pubblici. Al cinema, Mussolini dedicò attenzione sostenendo la Biennale di Venezia, 1932, con il primo festival cinematografico al mondo. Erano investimenti limitati. La spesa culturale decolla nel post 1968 per ammorbidire la contestazione giovanile e dopo i11970 con le Regioni. Fu la Puglia ad avviare, nel decennio 1970-1980, un programma di interventi anche per Biblioteche e Musei, Cenerentole della spesa. Il progetto aveva una ragione non effimera. La ricerca della identità regionale oltre la visione burocratico-politica della nuova organizzazione dello Stato e creare, in una Regione meridionale, le «infrastrutture immateriali» (Teatro Pubblico, poi la Mediateca, il Festival Valle d'Itria, la Fondazione Petruzzelli, la Film Commission). L'originale ispirazione non ha retto la prova. L'invasività degli interessi minuti ha alla fine tradito il fine per cui il sostegno pubblico è dovuto: cioè di partecipare a costruire una classe dirigente del Paese, la sua élite. Non quello di un mercato culturale protetto dove i «protetti» diventano impiegati pubblici senza andar mai in pensione e qualcuno sui contributi si arricchisce. In verità - è l'invito tedesco - bisogna dare agilità al mercato culturale, cercare un pubblico, cui si dedica poco impegno. Ancora una eccezione in Puglia con un teatro privato, il TeatroTeam di Bari che è riuscito in una straordinaria operazione di allargamento del pubblico cittadino alle vicine regioni meridionali. Altra considerazione: lo svecchiamento. Aprire ai giovani in un Paese senile. Investire per una giovane politica culturale che deve cominciare dalla Rai, la più grande e stabile industria culturale del Paese, dove si giocano nascosti destini. II DEF (documento economico) sembra chiudere porte più che aprirle, ma la cultura italiana deve trovare il grimaldello giusto per spalancare portoni. Tenendo in conto che i processi culturali sono complessi e l'intervento pubblico deve accompagnare la grande trasformazione della società italiana, perché la crisi italiana nasce anche da un pesante fallimento culturale.