La settimana scorsa è stata accolta con sollievo la decisione da parte del Ministero della Funzione Pubblica, dopo una lunga incertezza, di non estendere ai Beni Culturali la normativa del cosiddetto silenzio-assenso; quel principio cioè che avrebbe permesso, a sessanta giorni di tempo dalla presentazione della Dia (Dichiarazione di inizio attività), di potere procedere in tutta legalità alla manomissione di beni storico artistici (dalla vendita alla demolizione) o ad interventi edilizi all'interno di aree vincolate come beni paesaggistici, se nel frattempo non fosse stato emesso un esplicito e motivato parere contrario da parte delle Soprintendenze competenti. Sul tema era ripetutamen-te intervenuto con toni allamatissimi e accorati Salvatore Settis sulle pagine nazionali di questo giornale paventando il definitivo smantellamento di ogni forma di tutela, il saccheggio legalizzato di ciò che ancora sopravvive di un patrimonio culturale tra i più ricchi e stratificati enon ultimol'eversione del dettato costituzionale che nell'articolo 9 indica come compito delle istituzioni della Repubblica la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione. TUTTAVIA, almeno per chi ha a cuore le sorti dei beni culturali e paesaggistici della Sicilia, la soddisfazione per la decisione del governo si accompagna alla amara constatazione che l'isola è l'unica parte del territorio nazionale dove un principio elementare di civiltà giuridica è stato disatteso. Con l'articolo 46 della legge finanziaria regionale per l'anno 2005, infatti, il principio del silenzio-assenso è entrato a far parte a pieno titolo, sia pure in modo surrettizio, della normativa in materia di beni culturali e ambientali; e, trascorso il termine di 120 giorni, se le Soprintendenze non avranno espresso diverso parere, ogni intervento sarà lecito: anche (recita l'articolo di legge) su immobili a carattere storico-artistico, anche in aree soggette a vincolo paesistico. E tutto questo su un territorio dove l'abusivismo è pratica diffusa quando non incoraggiata, dove l'illegalità edilizia ha avuto come parte in causa storicamente riconosciuta la criminalità mafiosa e dove gli scempi ininterrotti dell'ultimo mezzo secolo hanno oltraggiato, vilipeso, distrutto una civiltà di millenaria bellezza. Senza rimedio, se non con l'argine fragile di una giurisdizione che, norma dopo norma è il risultato di una conquista faticosa di cui ora ci si vorrebbe sbarazzare rendendola carta straccia; perché è sin troppo ovvio che le Soprintendenze non hanno né i mezzi né il personale per potere affrontare il diluvio di pratiche che sta per abbattersi sulle loro scrivanie, e che la conseguenza di tutto ciò sarà l'assalto finale, sino alla dissoluzione, di ciò che resta del magnifico sistema integrato di architettura, urbanistica e paesaggio che è il vero Dna dell'isola. Intervenendo a questo proposito sull'edizione palermitana di "Repubblica" lo scorso 29 dicembre, chi scrive aveva auspicato che il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani impugnasse il provvedimento, se non altro per difendere il nuovo codice da lui promosso che, tra le altre cose, per la prima volta sancisce il pieno riconoscimento del paesaggio come bene culturale. Ciò sciaguratamente non è avvenuto, nel silenzio forse imbarazzato e comunque sconfortante di chi per ruolo istituzionale e funzione amministrativa è preposto ai compiti di tutela. Anche se in una lettera inviata all'Assessore regionale Alessandro Pagano la segreteria del ministro, pur dichiarando la decisione di Urbani di non impugnare la norma, mette in guardia riconoscendo i rischi di incostituzionalità e il pericolo di pregiudicare così il patrimonio culturale e paesaggistico, e suggerisce di ricercare strumenti idonei (tra cui una conferenza di servizi) per mettere le Soprintendenze in grado di espletare il lavoro di valutazione. In realtà e' è poco da farsi illusioni in proposito: come è dimostrato da alcuni clamorosi casi recenti, la normativa offre più di una scappatoia per potere aggirare l'ostacolo costituito dai principi di tutela se a contrastarlo non c'è una agguerrita volontà politica. Così l'amministrazione comunale di Lipari ha deciso di votare la deroga per la realizzazione di alberghi in aree vincolate nonostante la bocciatura del Commissario dello Stato rimettendo il parere(si accettano scommesse) proprio alla Regione; così lo stesso assessore Pagano, dalla trasferta giapponese dove accompagnava il Satiro, invitava i Comuni a dotarsi di varianti ai Piani regolatore per potere accoglierei milioni (!) di nuovi turisti giapponesi pronti a invadere l'isola al seguito del bronzo ellenistico; così il nuovo piano per l'area portuale di Palermo, calamità di ingenti somme di denaro, salta a pie pari lo stesso obbligo di variante al Piano regolatore