«CON gli incontri che si concludono stasera si è dimostrato che questo è un luogo di dibattito riconosciuto, in cui si riescono a coinvolgere pubblici diversi». Carlo Olmo, ordinario di storia dell'Architettura al Politecnico e direttore dell'Urban Center, è soddisfatto dell'esito della serie sull'«Architettura del Novecento a Torino», che si conclude stasera . Professor Olmo, il suo è un bilancio positivo? «Sì, e per ragioni all'inizio non così prevedibili. Il tema scelto poteva sembrare di nicchia, invece non è stato così. Abbiamo sempre avuto la sala piena e si è visto ogni volta per il 90 un pubblico nuovo, dai docenti ai funzionari di soprintendenza, dai professionisti, ai cittadini, ai ragazzi del centri sociali. Con tutti si è cercato di dialogare serenamente, provando di stemperare gli inevitabili momenti di tensione. In alcuni casi si sono ottenuti risultati concreti, come il tavolo aperto dall'assessore Ilda Curti con i residenti sul cantiere dell'ex Diatto». Quale secondo lei il motivo del successo? «Guardi, è stata positiva la scelta di fissare dei paletti e fare riflettere sulla complessità del discorso sull'architettura moderna, che non può ridursi a una questione di opposte tifoserie, tra favorevoli e contrari a progetti di conservazione o trasformazione. Una complessità legata a processi lunghi, perché il patrimonio del '900 non è ancora percepito come degno di attenzione per tutti e non solo per alcune parti. Le faccio un esempio. Un tempo si pensava di volere abbattere la Torre Littoria, oggi la si considera interessante, anche se forse non è tra le cose intoccabili. Si è parlato di tutela e del fatto che non tutto dell'architettura moderna deve essere vincolato, altrimenti si rischia di bloccare ogni iniziativa. Si è aperto un confronto pubblico e si è ribadita la nostra missione». Ovvero? «Urban Center deve essere un luogo in cui si formano le opinioni, nasce insomma per affrontare i problemi, magari senza arrivare a risolverli. Ci interessa comunque fare crescere la consapevolezza nei cittadini, creare un'opinione pubblica allargata in grado di riconoscere la qualità architettonica ». A questo proposito, che cosa si aspetta dall'incontro di stasera sul Palazzo del Lavoro? «Mi aspetto un dibattito vivace, ma anche un ragionamento sul perché sulla destinazione dell'edificio non sono passate soluzioni diverse da quella pur discutibile che oggi si prospetta. Lo stesso Nervi aveva fatto due progetti per il suo riutilizzo, poi sono arrivati quelli di Gabetti Isola e, da ultimo, di Luciano Pia per il suo inserimento nella Città della Salute. Sono state tentate tutte le soluzioni, al tempo della giunta Novelli si era pensato di trasferirvi il Museo Egizio. Alla fine, per un edificio di tali proporzioni, con problemi di ogni tipo, anche energetici, l'unica cosa che si è riusciti a fare è impiantarvi un'attività commerciale. Ecco, bisogna partire da una storia così difficile e cercare di capire perché è andata così».
PIEMONTE - Olmo: "L'architettura moderna? Non tutta deve essere vincolata"
La serie sull'Architettura del Novecento a Torino si conclude stasera. Carlo Olmo, ordinario di storia dell'Architettura al Politecnico e direttore dell'Urban Center, è soddisfatto dell'esito della serie. Ha avuto un pubblico nuovo e sereno, con un 90% di partecipanti diversi. Olmo attribuisce il successo alla scelta di fissare dei paletti e fare riflettere sulla complessità del discorso sull'architettura moderna. Ha anche menzionato un esempio, come la Torre Littoria, che è stata considerata per essere abbattuta, ma ora si considera interessante.
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