LA STORIA Quando i papi tagliavano le gole: nello Stato Pontificio (e a Roma), la pena di morte è stata parecchio in voga, specie tra la fine del Sette e dell'Ottocento; e la città ne reca ancora alcune testimonianze. Dalla casa di Mastro Titta, al secolo Giambattista Bugatti, il boia ufficiale dal 1796 al 1864, che si vede ancora a Vicolo del Campanile 2, vicino a Santa Maria in Traspontina, alla lapide a piazza del Popolo in ricordo dell'ultima esecuzione pubblica nella Capitale, seminascosta accanto a un muro di Michelangelo. Le parole «per volere del papa», scialbate dopo la Conciliazione, si sono riviste, di nuovo leggibili, solo negli Anni 60. Non è stata l'ultima esecuzione pontificia: nel 1868, se ne vanno Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, confessi di un attentato che uccide 4 popolani e 23 zuavi (Luigi Magni ne trae il film Nell'anno del Signore, 1969); nel 1870, un altro a Palestrina; però, Leonida Montanari e Angelo Targhini, 50 anni in due, carbonari ghigliottinati a piazza del Popolo, dopo un processo assai discusso il 23 novembre 1825, costituirono un episodio davvero eclatante. Per anni le tombe, in terra sconsacrata sul Muro Torto, venivano coperte di fiori. Se ne andarono rifiutando la benda; dopo lo "spettacolo", qualcuno urla «Libertà e prosperità»; a volere il pubblico, era stato Leone XII Della Genga. ANNO SANTO Non decapita Mastro Titta, 516 esecuzioni all'attivo, ma il suo aiutante (e poi sostituto) Vincenzo Balducci. Bugatti lascia scritto nelle memorie: «Spettacolo imponente, piazza del Popolo gremita di gente come non vidi mai». La colpa è una pugnalata all'infiltrato Filippo Spada, detto Spuntini (ma forse, Giuseppe Pontini): non morirà; le guardie, sul posto, chiedono aiuto a una farmacia vicina: è di Montanari che tenta, ma invano, di completare l'opera. Così, almeno, la versione ufficiale, contestata. Sul patibolo, Targhini urla: «Popolo, io moro senza delitti, ma massone e carbonaro». E Roma adotterà i due suppliziati: fiori il giorno dopo sul luogo del martirio, e sulle tombe finché il Papa non le fa traslare altrove. Per la pietà cristiana, correvano tempi grami; scriveva Giuseppe Gioacchino Belli: «Beato in tutto 'st anno chi ha peccati ché a la cuscienza non je resta un neo. Basta nun esse giacobbino o ebbreo, o antra razza de cani arinegati»; perché era l'Anno Santo, e anche per questo il papa voleva la lezione esemplare per il pubblico tutto. Ma chi va in piazza magari per l'aperitivo, a quella lapide, voluta nel 1909 dal sindaco Ernesto Nathan e dettata da Salvatore Barzilai, non presta un occhio. FINO AL 2001 Oltretevere, la pena di morte, limitata al tentato omicidio del papa, è stata abolita da Giovanni Paolo II solo il 12 febbraio 2001; in Italia, l'ultima esecuzione è del 1947, per 10 morti a Villarbasse, in provincia di Torino. Grande campione nel genere, a Roma, è stato Mastro Titta, primo giorno di lavoro il 22 marzo 1796. Era di Senigallia, e operava in tutto lo Stato; ma per vivere, verniciava gli ombrelli nella bottega a Borgo, dove c'è ancora via degli Ombrellari. Secondo il Belli, riceveva tre quattrini per ogni pena capitale, tre centesimi della lira romana. Teneva un diario, pubblicato nel 1891. Viveva a vicolo del Campanile: casa decorata nel 1520, come spiega Vasari; restano ancora un bel portale e finestre a tutto tondo. Le sue memorie inziano così: «Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati»; sfonda una porta per procurarsi il legno con cui rizzare la forca, «quattro ore di lavoro assiduo». Corteo dei Penitenti, la messa all'alba. Mastro Titta, usava così, gli porge una moneta perché facesse celebrare messa per la sua anima. Poi provvede: due corde, perché non si sa mai; «un colpo magistrale», un salto sulle sue spalle. Titta era versatile. Ma nel 1825 a piazza del Popolo, non c'era, alla «condanna a morte ordinata dal papa senza prove e senza difesa», che Targhini e Montanari «serenamente affrontarono». Una prece: è davvero il caso.