I siti statali come le grotte di Catullo e i pitoti camuni sono tesori che il mondo ci invidia. Ma fruttano poco: nel 2012 hanno reso 500 mila euro. Per entrare alle Grotte di Catullo il biglietto costa 4 euro, costava ottomila lire diversi anni fa. Il prezzo lo decide il ministero dei Beni Culturali ma è rimasto invariato, nonostante l'inflazione, l'apertura del museo archeologico, il recupero dell'antico uliveto e pure l'allargamento delle esenzioni a tutti i cittadini comunitari. Non c'è un bookshop né un caffè interno per aumentare gli incassi. La vendita dei biglietti delle Grotte ha fruttato 467 mila euro, ma il 42 dei visitatori è entrato gratis. Calcolatrice alla mano, se gli esentati avessero pagato almeno il ticket ridotto, Sirmione avrebbe introitato 166 mila euro in più. Tra le otto aree archeologiche della provincia gestite dalla Soprintendenza, le Grotte di Catullo hanno attratto due terzi dei 293 mila visitatori e raccolto l'89 degli incassi. Le incisioni rupestri di Capo di Ponte sono tra i siti Unesco più importanti d'Europa, ma l'anno scorso non hanno riscosso più di 44 mila euro. Su otto aree archeologiche statali nel Bresciano, solo tre sono a pagamento: una di queste è il Parco nazionale di Capo di Ponte, ma pure qui il 75 dei visitatori è entrato gratis. «L'Italia è un museo diffuso spiega la direttrice, Raffaella Poggiani Keller e il suo patrimonio culturale è prima di tutto un bene sociale». Tradotto, l'archeologia non è «industria culturale», per dirla con le parole del filosofo Theodor Adorno. Le difficoltà però non mancano, «siamo in grandissima sofferenza», ammette la stessa Poggiani, che ricopre anche il ruolo di Sovrintendente per i Beni archeologici della Lombardia. L'introito dei biglietti «non copre certo le spese di manutenzione, restauro e quelle del personale. In quest'area spiega ci sono 2.400 rocce incise, ma per ora riusciamo a restaurarne due o tre nuove». Secondo la responsabile della Soprintendenza uno degli obiettivi è «fare rete con le realtà locali». Anche Tiziana Cittadini, direttrice della Riserva regionale Incisioni Rupestri di Ceto, Cimbergo e Paspardo, ritiene che sia vitale aumentare i flussi turistici. «Abbiamo fatto un'opera di promozione, ma senza i risultati sperati. I fondi Cariplo non bastano, bisogna cambiare strategia». La sua idea è quella di promuovere la Valcamonica in un pacchetto che «non comprenda solo l'archeologia, ma anche la montagna, il trekking e l'enogastronomia», puntando quindi anche «sul turismo adulto. Quelli che hanno tempo libero, i pensionati, anche non italiani». Certo che innovare è difficile se già ti scontri con le diverse forme giuridiche che governano la Valcamonica. Su otto parchi archeologici due sono statali, uno è regionale e altri cinque dipendono dai comuni. Alcuni sono a ingresso libero, altri a pagamento. Alla Riserva regionale, per esempio, non si staccano biglietti gratis. «Da noi anche i bambini pagano 3 euro spiega Cittadini ma offriamo loro una serie di servizi, tra cui quelli didattici». Regole uguali per tutti non esistono «e nemmeno un biglietto integrato per visitare tutti i parchi», conferma Sergio Cotti Piccinelli. Lui, direttore del Distretto culturale della Comunità montana di Vallecamonica, ha provato a ottenere un ticket per tutta la valle. «Avremmo potuto aumentare gli incassi, ma le difficoltà normative erano troppe e alla fine siamo stati costretti a rinunciare». La Comunità Montana ha però lavorato a un bando per esternalizzare tutti quei servizi rivolti al pubblico, dalle visite guidate alla didattica, dai bookshop ai gadget. «Qui si gioca una partita importante osserva Cotti Piccinelli e noi vogliamo individuare un soggetto unico. Chi vincerà non avrà l'esclusiva su questi servizi, ma diventerà l'interlocutore ufficiale delle istituzioni». Alcuni anni fa anche a Sirmione era nata l'ipotesi di affidare ai privati la gestione delle Grotte di Catullo e del Castello. «Quel bando non è mai decollato perché non era sostenibile ricorda l'assessore al Turismo, Giordano Signori A fronte delle possibili entrate, i costi dell'affidamento erano troppo alti». L'assessore solleva un tema cruciale, quello del rapporto tra i Beni culturali dello Stato e la loro gestione: «Se fossero affidate ai privati, queste aree avrebbero gli stessi costi di manutenzione?». In quest'ottica gli introiti da biglietti diventano sempre più importanti. E forse non è un caso che la Settimana della Cultura, che prevede musei aperti in tutta Italia, quest'anno non si tenga ad aprile: la primavera è uno dei periodi con più visite.