L'allarme del presidente: «Da due anni andiamo avanti grazie a Piazza Dante» TRENTO «Da due anni sono senza consigli, comitati di gestione, revisori dei conti. Non so più come fare». Il presidente del Parco «Nazionale» dello Stelvio, Ferruccio Tomasi, è disperato e non ne fa un mistero. Ieri la Provincia di Trento ha confermato l'assunzione di 17 operai stagionali, ma la perla dei parchi nazionali è in crisi nera. Il Parco «Nazionale» dello Stelvio tanto nazionale non lo è più da quando il consiglio dei ministri accettò di modificarne l'assetto amministrativo affidandone la gestione alle Province di Trento e Bolzano e alla Regione Lombardia. La decisione faceva parte di un pacchetto di misure per l'ampliamento dell'autonomia altoatesina che, a dicembre 2010, l'allora governo Berlusconi si affrettò ad approvare in cambio dell'astensione dei senatori Svp nel voto di fiducia del 14 dicembre. Le reazioni piccate degli ambientalisti non si contarono. La paura era che la provincializzazione» del Parco avrebbe permesso alle tre amministrazioni locali di violarne il carattere nazionale e unitario, permettendo, ciascuno a casa propria, un uso meno attento e rigoroso del territorio. Altrettante furono le rassicurazioni che arrivarono da Trento e Bolzano. Il carattere nazionale del Parco, si disse, non sarebbe stata mai messo in discussione, solo la gestione sarebbe migliorata, grazie all'efficienza di Palazzo Widmann e Piazza Dante. Come spesso accade nei rapporti tra lo Stato e le autonomie speciali, superata l'urgenza del voto di fiducia, nessuno si occupò più del Parco dello Stelvio. Nemmeno il successivo governo Monti. Così l'ente è rimasto in mezzo al guado di una provincializzazione mai avvenuta e di un carattere nazionale che resta solo nel nome. Per tirare avanti, Tomasi si deve affidare ad accordi annuali con le due Province. Quello sottoscritto ieri a Trento prevede l'assunzione stagionale di 17 operai addetti alla manutenzione del Parco, 400.000 euro. «Il ministero lamenta il presidente Alberto Pacher sta dimostrando una lentezza disarmante. Innumerevoli sono stati i nostri solleciti perché questa situazione di sospensione venga sbloccata. L'amministrazione dell'ente non è in grado di fare pianificazione e il Parco, senza manutenzione, non può che depauperarsi». «L'alternativa gli fa eco il presidente Tomasi è l'abbandono della montagna. Io non posso che ringraziare Pacher oggi, Dellai ieri, per l'attenzione che la Provincia di Trento ha sempre dimostrato nei confronti del Parco. Ora firmiamo questo accordo (come nei due anni precedenti, ndr), ma da due anni sono senza consigli, comitati di gestione, revisori dei conti. Non so più come fare. Recentemente, abbiamo investito 5 milioni di euro in lavori tra Rabbi e Pejo, non briciole, ma anche questi sono fondi messi da parte che arrivano dalla Provincia di Trento. Sono molto deluso da Roma, che si nasconde dietro un dito». Tomasi, recentemente, ha dovuto affrontare un altro problema. A differenza dei 20 operai altoatesini e dei 17 trentini, i 28 lombardi gli hanno fatto causa e costretto il Parco ad assumerli a tempo indeterminato. «Un costo notevole, ma ci siamo dovuti adeguare alla sentenza». Ma perché gli operai di Trentino e Alto Adige non fanno altrettanto? «Il rischio spiega il dirigente Innocenzo Coppola c'è, ma i nostri il ricorso non lo hanno presentato per loro stessa volontà. Il lavoro nel parco non può che essere estivo, per ovvie ragioni, e loro l'inverno hanno altre attività». Ieri è stato anche tenuto a battesimo dalla giunta provinciale il Parco del Baldo, che assumerà la denominazione di Parco naturale locale. Il progetto, che vede la collaborazione dei Comuni di Ala, Avio, Brentonico, Mori, Nago-Torbole e delle Comunità di Vallagarina e Alto Garda, prevede la gestione unitaria delle molte aree protette da tempo esistenti sul Baldo.