Nel 1985 l'allora ministro greco della cultura Melina Mercouri, attrice di fama e nipote di George Mercouri, capo del PASOK, propose al parlamento europeo l'istituzione annuale di una capitale europea della cultura. La prima sarebbe stata Atene, e sino al 1999 tra le italiane solo Firenze riuscì a farne parte (1986). Dopo il '99 il numero delle capitali sarebbe cresciuto, arrivando a un massimo di nove nel 2000 (tra cui anche Bologna) al minimo del 2013 che vede Koice accanto a Marsiglia. Quella di Taranto è la migliore candidatura pugliese. Ne sono promotori il sindaco Stefàno e Michele Emiliano. Taranto certamente oggi non può competere con Matera, candidata assieme a Ravenna, che è patrimonio dell'Unesco e ha una notorietà certo non inferiore a quella dei due mari, ma il testo del regolamento parla chiaro. Il titolo di capitale viene affidato non solo per quello che le città rappresentano o hanno fatto sul fronte culturale: dell'identità europea e della tutela del patrimonio, ma anche per il progetto che associano alla loro candidatura, per la loro capacità rappresentativa di un intero territorio. Indubbiamente l'idea del sindaco di Bari apre una pagina nuova, tutta da scrivere e rinsalda e rafforza la candidatura. L'estensione del territorio di rappresentanza a una regione, o comunque a un'area più vasta della città ha in passato premiato il Lussemburgo (2007) e Essen (2010). Sarebbe importante se anche Lecce e Brindisi potessero aderire individuando Taranto come capofila, per la sua importanza strategica ma anche per il peso che svolge nell'economia pugliese e per il prezzo altissimo che paga senza ottenere un congruo dividendo in termini di servizi e investimenti. Potrebbe apparire un'eresia ma è giunta l'ora di deporre il provincialismo e il campanilismo territoriale e di unirsi attorno a una buona idea che potrebbe essere vincente, provando magari a proporre a Matera di mutare alleanza, da Ravenna a Taranto. Quando Atene ottenne il titolo nel '85 Taranto entrava in una cupa spirale di corruzione, malavita e veleni, da cui solo ora riesce a scorgere qualche spiraglio di luce. Intanto però sono successe alcune cose, la società ha iniziato a reagire al destino trovando risposte importanti, i giovani hanno iniziato a mobilitarsi ripartendo dalle radici della città vecchia, che Ungaretti chiamava "giovane" per i suoi tanti piccoli e vocianti ometti scalzi. Prima che la città dei due mari divenisse piazza forte militare aveva dei magnifici giardini dediti all'ostricoltura e alla mitilicoltura e soprattutto aveva due litorali prospicenti. Da Corso Due Mari svoltando la ringhiera è possibile ancora scorgerne lo splendore. Era una città rinomata nelle cancellerie europee per le imprese diplomatiche di monsignor Capecelatro, allora ministro di Murat e arcivescovo di Taranto. Nella sua villa avrebbe ospitato Johan Gottfried Herder, ghiotto di frutti di mare e incantato da quel paradiso che Neil Mceacharn (discendente di quel francese generale Mc Donald che Napoleone nominò duca di Taranto nel 1809; appena sei anni dopo dalla morte, a Taranto, di Choderlos de Laclos, che amava le Cheradi) volle riprodurre in miniatura nei giardini di Villa Taranto sulle rive del Lago Maggiore, tuttora visitabili. La lussuria e le delizie tarantine avrebbero ispirato i versi della «Jeune tarantine» di André Chéniér. Quello dell'ozio, delle lietezza di vità, sarà un motivo poetico a lungo ricorrente, da Orazio e D'Aquino, sino a Costantino Kavafis che nel 1898 canterà la spensieratezza magnogreca ne «I Tarantini si divertono». Con l'Unità d'Italia la vita culturale si sposterà attorno al Museo e agli scavi promossi da Luigi Viola, nella Taranto dei Cacace capitani di industria e dei mercanti d'arte tedeschi e americani raccontati nel romanzo «Pater» di Cesare Giulio Viola. Bisognerà poi attendere il dopoguerra, quando la funzione di città stato entrerà in crisi con la fine dei conflitti. Allora un manipolo illuminato di scrittori e imprenditori diede vita alla Fiera del Mare e al Premio Taranto. Si mossero Gadda, Pasolini, Ungaretti, Savinio, Brignetti, Palazzeschi, come Herder ghiottissimi di frutti di mare e attratti da tramonti infuocati. Anche quella storia sarebbe finita, miseramente, come racconta in pagine prive di enfasi Cesare Brandi, «Pellegrino di Puglia», Taranto sarebbe ritornata al grigiore della crisi, alle depressioni di provincia, ai crolli, lungo una scia di abbandono e dissesti (urbanistico, finanziario, ecologico) che giunge sino a noi. In questi mesi il prezzo di essere una città stato è chiaro a tutti. Se vogliamo guardare oltre l'acciaio candidiamo Taranto a capitale europea della cultura, ripartiamo da un lavoro più volte cominciato e più volte interrotto; è un dovere dei pugliesi e degli italiani.
Taranto città della cultura
Nel 1985, il ministro greco della cultura Melina Mercouri propose l'istituzione di una capitale europea della cultura annuale. La prima città a ricevere il titolo fu Atene, seguita da Firenze nel 1986. Nel 2000, il numero di capitali aumentò a nove, tra cui Bologna e Koice. Taranto è la candidatura pugliese più promossa, con il sindaco Stefano e Michele Emiliano come promotori. Il titolo di capitale viene assegnato non solo per la cultura, ma anche per il progetto associato alla candidatura e la capacità rappresentativa di un intero territorio. L'estensione del territorio di rappresentanza a una regione o area più vasta della città ha premiato il Lussemburgo e Essen.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo