Matteo Renzi, a differenza di Adriano Paroli, se lo è già trovato in piazza della Signoria perché è lì dalla metà del Cinquecento, il suo Bigio. Come tutti i precedenti sindaci (o podestà vel similia) di Firenze. E sì che quell'«Ettore e Caco», piantato li vicino al Davide di Michelangelo, non ha mai goduto di buona stampa. Infatti si narra che Benvenuto Cellini raccontasse che quel gigante, in una postura un po' simile a quella del nostro Bigio, fosse stato definito dallo stesso Buonarroti come «un saccaccio di poponi» che sarebbe come dire che Baccio Bandinelli aveva scolpito quel corpo a guisa di un brutto sacco di meloni. E anche quel soprannome «cafè de le ciape» che cita anche Aldo Cazzullo era un bell'epiteto attribuito dal popolo, questa volta, straordinario! anche se «cafè de le culate» che girava in altri ambienti mi sembrava ancora più caustico e divertente. Certamente, al di là della discussa interpretazione estetica anche da parte della critica contemporanea dei due muscolosi sederi quelli scolpiti da Dazzi e da Bandinelli il nostro porta con sé il ricordo vivo di un periodo italico buffonesco e tragico insieme che ha esteso il significato della sua eventuale ricollocazione nel luogo originario ben al di là delle battute, magari divertenti. E allora? Con il grande Gino Micheletti, quando si capitava nel magazzino di via Rose, una delle sedi del suo Museo, ci fermavamo spesso a guardare e riguardare il Bigio amputato e scheggiato, adagiato in terra dentro un gabbione scalcinato, dopo che l'ira popolare l'aveva abbattuto dalla sua sede imperiosa di piazza della Vittoria. Commentavamo senza esprimere opinioni, al di là di un po' di sconcerto per il disinteresse generale. E allora, se non viene presa come una proposta ma come un inedito contributo al dibattito e alla decisione che sembra ormai presa di rimettere il Dazzi al suo posto ecco che in una chiacchierata fuorisacco spunta l'idea che spiazza di botto tutti gli argomenti precedenti e suggerisce nuovissima soluzione. Perché non caricare il Bigio così come sta, menomato, rabberciato o con i segni evidenti del restauro se già iniziato e riportarlo lì, disteso e magari prigioniero com'è, affidandolo a un artista contemporaneo che lo elevi a simbolo della fine di un regime, a ricordo perenne che le espressioni dell'arte sono un segno indistruttibile del tempo, ma se il gesto perentorio del popolo gli ha voluto dare un sacrosanto significato, quei segni restino lì, a ricordarcelo: con un'altra lapide, per i posteri ignari che passeranno di lì e si chiederanno perché quel gigante è finito in quel luogo, con le «culate» rivolte verso terra, per sempre.
Brescia. Bigio in piazza sì, ma sdraiato
Matteo Renzi ha espresso l'opinione che il Bigio di Dazzi, un muscolo scolpito da Dazzi e Bandinelli, debba essere riportato a piazza della Signoria, dove è stato abbattuto dall'ira popolare. Renzi ha suggerito di affidare il Bigio a un artista contemporaneo che lo elevi a simbolo della fine di un regime. Il Bigio, con i segni evidenti del restauro, potrebbe essere riportato a piazza della Signoria con una lapide che spieghi il suo significato. Questo gesto potrebbe essere un inedito contributo al dibattito sulla decisione di rimettere il Bigio al suo posto.
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