Carandini: i beni culturali non siano isolati dal contesto Non è più tempo del caro, vecchio grand tour ma del global tour. La riscoperta dell'Italia, la possibilità di trasformare la sua magnifica eccellenza artistica in un elemento di sviluppo, comincia da qui. Da un patrimonio globale (fatto di monumenti di storia, arte, natura) da far conoscere, oltre che a europei e statunitensi (da sempre classici fruitori dei nostri musei) anche agli «emergenti» cinesi, indiani o brasiliani. Un global tour, purtroppo, ancora tutto da inventare per colpa della cronica latitanza della «cosa pubblica», incapace «di individuare i maggiori ostacoli, le più clamorose mancanze, le inesistenti sinergie che oggi impediscono ai beni culturali e paesaggistici di diventare veri e propri motori di sviluppo per i territori che li circondano». Parlando ieri a Trieste davanti ai delegati del Fai (il Fondo ambiente italiano), in occasione del XVII convegno nazionale dell'associazione (conclusosi con un incontro aperto al pubblico), il presidente Andrea Carandini ha tenuto più volte a ribadire la necessità di un impegno collettivo per sfruttare «questa opportunità di sviluppo», ancora più importante in tempo di crisi. Ed è più volte tornato sull'idea di trasformare i «fulcri» in «sistemi», le «perle isolate» come il Castello di Masino (uno dei tesori di proprietà del Fai con la Villa del Balbianello, l'Abbazia di San Fruttuoso, il Monastero di Torba, la Torre Campatelli, il Giardino della Kolymbetra) in elemento di sviluppo per «l'intero territorio». Auspicando «un andirivieni incessante fra le parti e il tutto e fra le diverse caratteristiche naturali, storiche e artistiche che caratterizzano l'arazzo territoriale». Dove non certamente secondario diventa il ruolo della collettività che deve necessariamente imparare «a percepire questo patrimonio come un bene collettivo, la sua tutela come una responsabilità da assumersi con le idee, le proposte, l'impegno». L'idea di fare sistema, di dare organicità al nostro patrimonio culturale non è certo nuova (ad essa si legano concetti già noti come quello di «museo diffuso» o «museo del territorio»). Organicità è anche quello che dichiara in fondo di inseguire Jacques Herzog quando, parlando della nuova Fondazione Feltrinelli a Milano Porta Volta, dice di aver voluto guardare con il suo progetto all'intreccio urbano cittadino che si tratti delle guglie del Duomo, della Torre Velasca, del complesso abitativo di Luigi Moretti in corso Italia. Organicità è quella che chiede Vittorio Gregotti (comunque critico nei confronti della stessa operazione di Herzog) nel suo libro più recente (Il sublime nel tempo al tempo del contemporaneo, Einaudi) quando condanna tutta quell'arte e quell'architettura d'effetto totalmente avulse dal contesto, «fatte di grande effetti mediatici opera di celebrati, bizzarroni, grandi demolitori». Organicità è infine quella che propone Antonio Natali, direttore degli Uffizi, con il progetto Mai visti iniziato nel 2001, un'organicità fatta stavolta di piccole mostre che «rendono finalmente utilizzabile il patrimonio del museo» creando un sistema capace di mettere insieme i 2.300 capolavori nascosti e 1.835 abitualmente esposti al pubblico. Carandini ha dunque proposto un'idea allargata del nostro patrimonio culturale. La sua ricetta è «trattare questo patrimonio come si fa con una saga, che ammette variazioni sul tema ma non inserti incongrui, come l'orrido cemento speculativo e l'incolto boschivo che mangia il coltivato». Perché bastano presenze incongrue (sia che si tratti di capannoni, pale eoliche, autostrade o di progetti di archistar) per inquinare per sempre un luogo ameno o un sito archeologico come Pompei. Ugualmente sotto accusa anche gli atteggiamenti di taluni ecologisti «che non comprendono quell'intreccio fra natura e artificio che fa dell'Italia un caso straordinario di amalgama fra geografia, storia e arte». In fondo anche per questo le Costituzioni, ha detto Carandini, «quando si sono occupate di questi temi, da quella di Weimar alla nostra, hanno sempre distinto tra monumenti naturali, storici, artistici (i "fulcri") e paesaggio inteso come un insieme di entità singole a tal punto armoniosamente interconnesse da non consentire di percepirle come individualità (i "sistemi")». Perché, se si vuole, la mutazione del grand tour in global tour, non è poi così lontana. Stefano Bucci