L'arto lesionato nel '45, oggi la consegna della «protesi» Lo status di (statuario) divo non può rinunciare a un'aura di mistero. Soprattutto quando la mascolinità adulata dai nostalgici dell'arte fascista e dai blog che hanno eletto il Bigio a icona gay (e stanno pensando a celebrare la sua rentrèe in piazza Vittoria con un party) è sminuita dalla mancanza di parte di una gamba. Già. Fino a ieri al colosso di Arturo Dazzi aveva un arto gravemente lesionato. Era stato danneggiato nel lontano 1945, quando il sindaco Ghislandi ne decretò l'esilio nel magazzino di via Rose. Nessuno lo sapeva, eccetto i cronisti dell'epoca, la Loggia e i restauratori della Laba, che dallo scorso ottobre si stanno occupando di rimettere in sesto la statua. L'assessore ai Lavori pubblici Mario Labolani ha cucito le bocche di tutti. Non un'indiscrezione, non un cenno ufficiale a quando si concluderà il cantiere. Ma un pezzo di gamba marmorea che viaggia per la città (l'arrivo è atteso oggi) rischia di non passare inosservata. A quanto pare, non appena la protesi verrà messa al suo posto, si provvederà al trasferimento del colosso in piazza. Ovviamente in un giorno per ora non dichiarato e in un'ora altrettanto imprecisata, sperando di dribblare le già annunciate proteste di Anpi e Fiamme Verdi. Intanto il Bigio resta nudo, senza nemmeno più le mutandine in alluminio che ne nascondevano le pudende ad occhi maliziosi imposte dal vescovo Giacinto Gaggia che tacciava la statua di edonismo e per giunta tutto ricoperto da una guaina di cellophane. Del resto, è l'unico modo per proteggerlo dai capricci del tempo. Pioggia, neve e refoli di vento gelido nuocciono alla sua incolumità, peraltro già minata da una salute precaria. Il maschio fascista aveva fratture a caviglie, ginocchia, inguine e braccia e persino il suo volto, plasmato su quello del modello Silvio Belli, ragioniere toscano e sex symbol che posò per Dazzi, era stato scalfito dal tempo, ma soprattutto dall'abbattimento e dal successivo trasporto da piazza Vittoria a via Rose, eseguito senza troppa delicatezza. Non dimentichiamoci che per settant'anni il monumento ha riposato su un'impalcatura di legno, poi marcita procurando lesioni al marmo di Carrara. Pure la pelle alla vista pare rugosa, screpolata, piena di pori, con microfessurazioni diffuse. Dopo le prove preliminari di ottobre e novembre, l'atleta è stato issato, sempre supino, in una sorta di castello (in gergo si dice così) con bilanciere, che consente di muoverlo a destra e sinistra. I lavori di restauro non si sono quasi mai interrotti, escluse le due settimane in cui il meteo ha portato il termometro a diversi gradi sotto lo zero. Tempo di attaccare la protesi e si provvederà, quindi, al contestato ritorno in piazza Vittoria. Non è finita. Il restyling proseguirà anche lì: il Bigio sarà inscatolato in un ponteggio e poi ripulito. Sperando che resti incolume: l'Anpi ha intenzione di «sabotare» l'arrivo del monumento in qualsiasi modo (ma senza ricorrere alla violenza, sia chiaro). Il presidente Giulio Ghidotti l'ha ribadito anche ai microfoni del Tg La7, che lo hanno intervistato ieri (il servizio dovrebbe essere trasmesso sabato). Ormai la statua di Dazzi, già citata dal Guardian, è sulla bocca di tutti. Che ne parlino bene o male, è un altro discorso...