Da ieri la Pinacoteca Ambrosiana espone un nuovo capolavoro di scuola leonardesca: una tavola del XVI secolo con «Testa di Cristo», dono di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga. Un dipinto, un mistero. Da ieri la Pinacoteca Ambrosiana espone un nuovo capolavoro di scuola leonardesca: una splendida tavola del XVI secolo con «Testa di Cristo», dono generoso di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga. In basso a destra è dipinta in oro la scritta «Fe Salai 1511 Dino», che fino a oggi ne fa l'unica opera firmata e datata di un altro Caprotti lontano nel tempo: Gian Giacomo, detto Salaì o Salaino. Un'attribuzione riconosciuta dallo storico dell'arte Willem Suida già negli anni Venti del '900. Salaì era uno degli allievi prediletti di Leonardo da Vinci, presenza documentata accanto al maestro fin dal 1494: prima garzone, poi collaboratore, poi compagno di vita, come racconta la tradizione. Il caso ha voluto che a 500 anni dalla creazione dell'opera i due omonimi si siano incontrati a un'asta di Sotheby's, anno 2007, New York: «Sono stato colpito soprattutto dallo sguardo, così intenso da essere quasi inquietante». Dopo l'acquisto un lungo restauro, messo in atto da Ezio Buzzegoli, ha rivelato una ricchezza chiaroscurale che si avvicina agli effetti dello sfumato leonardesco. E leonardesca è la fisionomia del personaggio, prossima al «San Giovanni Battista» sempre dell'Ambrosiana (già attribuito al Salaì) e addirittura alla «Gioconda». Qui arriva il colpo di scena. «Dalle analisi la firma risulta abrasa e riscritta in epoca coeva al dipinto», racconta Maurizio Zecchini, l'esperto che ha studiato la tavola riportando le sue considerazioni nel volume «Il Caprotti di Caprotti» (Marsilio). E ne deduce che potrebbe trattarsi non di firma ma di dedica: il volto del Cristo in questo caso sarebbe un ritratto dello stesso Salaì. Tutte affascinanti ipotesi, il condizionale è d'obbligo: la parola agli specialisti, che si esprimeranno anche su un'eventuale attribuzione alternativa più alta. Nel frattempo, Milano ringrazia.