L'impegno: ogni sabato apriamo una delle tantissime chiese chiuse. Qualche fondo c'è e credo molto nei privati C he c'entra Gustav Mahler con le chiese abbandonate del centro storico di Napoli? Con i resti bruciacchiati della Scorziata in vico Cinquesanti, con gli inutili lucchetti che tengono le cancellate sbilenche di Santa Maria dei poveri di Gesù Cristo, o dei Crociferi alla Sanità? O ancora con i balconi costruiti abusivamente sulla facciata di Sant'Arcangelo a Baiano, a Forcella, trasformata in abitazione? Il sovrintendente del polo museale napoletano Fabrizio Vona cita l'opera del compositore viennese perché ritrova lì la sintesi di ciò che oggi (ma purtroppo non da oggi) manca a Napoli: «La tradizione non è culto delle ceneri ma memoria del fuoco». E proprio non riesce a spiegarsi, lui che è ciociaro di nascita, barese di adozione ma napoletano per innamoramento artistico, come in questa città si possa convivere tranquillamente con lo scempio di un patrimonio immenso, fatto non solo di chiese ma anche di palazzi, monumenti, in certi casi persino strade.Poco più di tre mesi fa corriere.it documentò con un videoreportage di Amalia De Simone lo stato di abbandono di un numero incredibile di preziose opere storiche, artistiche e architettoniche. Il sovrintendente Vona ne rimase impressionato come tutti quelli che lo videro, ma non sorpreso. Perché lui la triste contabilità del degrado l'ha presente ogni giorno, da quando è al vertice del polo museale, e ogni giorno studia come venirne fuori ma anche si chiede come sia stato possibile arrivare a questo punto. «L'assuefazione a uno scempio così profondo mi meraviglia, non posso accettarla. Bisogna reagire, c'è bisogno che l'intera città reagisca». Lui, nonostante la situazione sia disastrosa, dice di avere buone speranze. «Sì, sono ottimista. Voglio essere ottimista, nonostante tutto. E non perché sia incosciente ma perché io qualche segnale positivo riesco a vederlo, e mi dà speranza. Per esempio, la nostra iniziativa di aprire ogni sabato una chiesa abitualmente chiusa e illustrarne le opere ai visitatori sta avendo un grande successo. Napoletani e turisti vengono, vogliono conoscere, fanno domande».Certo, una chiesa alla settimana, è una goccia d'acqua. «Ma è un inizio, un segnale. Un modo per ripetere che non è normale avere tante chiese e tenerle chiuse, e per impegnarsi a riaprirle, a riscoprirle».E a restaurarle. Che però diventa difficile quando si vanno a contare le disponibilità finanziarie. «Ma qualcosa si può fare e si sta facendo. Ci sono i fondi Fec (destinati agli edifici di culto, ndr), i fondi Unesco. E poi ci sono i privati. Io credo molto all'intervento dei privati nel restauro delle opere d'arte. La mostra "Restituzioni" ne è l'esempio, e devo riconoscere che l'idea di portarla a Napoli dimostra da parte degli organizzatori una grande attenzione per questa città. Non voglio fare ringraziamenti perché non è il caso, ma ci tengo a dire che la scelta di lasciare quest'anno Vicenza e Palazzo Montanari, come in passato è stato fatto una sola volta per andare a Firenze, è la prova che Banca Intesa ha la stessa considerazione per ogni parte d'Italia».E poi Vona le esposizioni di Palazzo Zevallos e di Capodimonte le vede pure come un'occasione: «È anche attraverso iniziative così che si può combattere davvero e sconfiggere quell'assuefazione di cui parlavo prima. Perché il restauro restituisce opere che prima erano invisibili, e questo consente di dare a ognuno una testimonianza del passato e l'opportunità di rifletterci, su quel passato». E, per tornare a Mahler, di cambiare rapporto con la tradizione. «Infatti. E diventare custodi del fuoco».RIPRODUZIONE RISERVATA Bufi Fulvio Pagina 44 (11 aprile 2013) - Corriere della Sera