A un anno dalla chiusura di via Solari, l'anziano maestro apre un nuovo spazio tra via Vigevano e Vicolo Lavandai "Ho ancora tante idee e voglio condividerle" «ALLA crisi non mi adatto, voglio vincerla ». Parola di Arnaldo Pomodoro. A un anno dalla chiusura dell'immenso spazio di via Solari, sede dal 2005 della sua Fondazione, l'anziano maestro (classe 1926) non ha rinunciato al sogno di guidare un crocevia internazionale di cultura, forte dei suoi sessant'anni di attività ed esperienza. E, infatti, digerito il fallimento («dovuto alla mancanza di un sostegno da parte delle istituzioni») del suo ambizioso progetto museale, ha messo mano a un nuovo cantiere. Questa volta più contenuto. Non di 3mila metri, come nella storica fabbrica oggi affittata a Fendi, ma di 300, vicino al suo studio di Vicolo dei Lavandai, dove lavora dagli anni Sessanta, incastonato fra i cortili dei navigli e ricavato nel laboratorio di un fabbro che ha collaborato spesso alle sue sculture. Inaugurata ieri con una mostra di suoi pezzi "antichi", la Fondazione riparte insomma dalla storia di Pomodoro, per allargarsi ad altri progetti di ricerca, come è sempre stato, anche in via Solari. Storia e gloria dei suoi esordi in città, quando arrivò dalle Marche nei primi anni Cinquanta al fianco del fratello Giò, e conobbe Enrico Baj (il prossimo autore in mostra a settembre) e Sergio D'Angelo, ma soprattutto Lucio Fontana «che ci aiutò molto, dandoci consigli e pagandoci l'affitto di uno studio vicino al suo, in Visconti di Modrone. Per ringraziarlo io e Giò scolpimmo un bracciale d'oro per la moglie. Dopo pochi mesi, Fontana ci presentò a Borsani, che ci commissionò le prime decorazioni per mobili». Passeggiando nei locali della nuova Fondazione, sopra un selciato di pietra e sotto un soffitto a volte di mattone, una trentina di opere, fra rilievi e disegni, raccontano proprio gli anni della formazione del maestro, la genesi di un universo astratto che mescolava il fascino lirico di Klee e il suo segno leggero al mistero dei reperti archeologici, di civiltà d'altre epoche, sumeri o ittiti, che colpirono la fantasia di un cuore trentenne generando fra le sue mani, abili nello sciogliere i metalli, altre scritture, altri enigmi. Chi è abituato a identificare il lavoro di Arnaldo Pomodoro con le steli monumentali o i dischi solari, come quello in bronzo di piazza Meda, «che il sindaco Tognoli mi chiese nel 1980 e che per me rappresenta un segno importante sul territorio, mi fa sentire appagato», resterà incantato da un'altra dimensione. Più intima e segreta. Di opere grandi come un quaderno, con titoli da romanzo di Kafka, «che riuscivo a leggere anche quando il fascismo lo vietava ». La luna, il sole, la torre, "Luogo di mezzanotte", oppure le "Tavole dei segni" sono superfici scolpite, di bronzo, piombo, rame o stagno, dove la geometria sposa il senso per la narrazione. «Klee e Brancusi sono stati i miei genitori ideali. La loro astrazione era poetica. Anche io mi sento un astratto con l'anima». Pomodoro pubblico e privato insomma. Che ricomincia da sé, senza dimenticare l'impegno per Milano. «Oggi mi sembra impigrita. Non penso che nel dopoguerra si stesse meglio, eppure c'era un programma culturale straordinario e gli artisti venivano coinvolti con vari incarichi. Adesso, neppure la legge sulla percentuale destinata alle opere d'arte in proporzione alla spesa per la costruzione di nuovi edifici viene applicata. E dire che gli edifici nuovi sono parecchi. Comunque, nel caso che il sindaco Pisapia o l'assessore pensassero di ascoltare la voce del popolo per nuovi programmi, io sono disponibile. Ho tante idee che, in questi anni, con la Fondazione, ho maturato e sono pronto a condividere ».