Caro direttore, ho molto apprezzato l'intervento sul suo giornale di Biagio de Giovanni. Condivido che, avviliti dall'«indifferenza ostile» del sindaco, dobbiamo ora chiedere e chiederci il perché del silenzio delle istituzioni preposte al controllo della città: soprintendenza ai beni ambientali e prefettura, ognuna per le rispettive competenze. La risposta pacata e «rassicurante» del soprintendente Giorgio Cozzolino, alle domande lucide, severe e pertinenti che gli erano state poste meritano alcune osservazioni, che mi permetto esporre. Conosciamo bene le difficoltà nelle quali è costretta a muoversi la macchina della soprintendenza, conosciamo i sacrifici e l'abnegazione di moltissimi funzionari dell'ufficio, e riconosciamo come scandaloso il fatto che a costoro non viene riconosciuta una dignità, nei compensi, almeno vicina a quella prevista per l'ordine giudiziario. Ma questo è un altro discorso che non andrebbe però disgiunto dal dibattito sulla salvaguardia ambientale, sulla difesa delle identità e del nostro patrimonio architettonico e artistico. Aggiungo che in molti, addetti ai lavori, abbiamo accolto con piacere la notizia della sua nomina a Napoli, conoscendone la preparazione e il valore. Tuttavia, non soddisfano le argomentazioni del soprintendente se riferite ai disastri che una parte importante della città sta subendo, come ben elencato nell'intervento citato. Non opporsi con energia alla scandalosa «costruzione» che si sta eseguendo su via Caracciolo e per tutta la sua lunghezza, con strutture metalliche e teli di plastica, seppur provvisoria, è un esempio pessimo di difesa dell'ambiente e di tutela delle identità. E non vale la giustifica della provvisorietà. Costruire lungo una strada rappresenta l'ultimo stadio del degrado ambientale. Mai visto. Ricordo che si tratta di un delitto annunciato da tempo, e sul quale, fin dal dicembre dello scorso anno, avevo scritto su questo giornale, con un minimo di ironia perché, ingenuo, non osavo credere alla notizia poi confermata dal presidente dell'Acn. E non può esserci «finta» Coppa America a giustifica di una simile operazione che segue l'installazione del terrificante stadio del tennis sulla rotonda Diaz, la fiera della pizza estesa fino a viale Dohrn, gli igloo sulla strada più bella al mondo posizionati per ogni occasione commerciale o per iniziative social-populiste. Non soddisfano le sue rassicurazioni circa gli interventi della soprintendenza per il ripristino della sfortunata Cassa Armonica distrutta dall'edizione precedente di questa «falsa» Coppa America: è un anno che si aspetta la gara per il restauro del gioiello di Alvino da affidare a uno sponsor e si aspetterà ancora moltissimo. E lo stesso vale per i «baffi» e per la promessa «contropartita» di liberare parte del muro parabolico, mai effettuata. Non è bello, nemmeno educativo, vedere verso l'ente pubblico un comportamento diverso da quello che, giustamente, per rigore, viene attuato verso il soggetto privato. Voglio anche ricordare che le condizioni della Villa comunale erano già pessime prima dei cantieri Ansaldo per la linea 6 (e prima dell'arrivo del soprintendente Cozzolino), cantieri comunque vergognosamente sciatti, non accettabili neanche per l'infima periferia urbana. Anche su questi aspetti si vorrebbe sentire una voce e un richiamo severo. Così come avremmo voluto sentire la voce del soprintendente Gizzi in opposizione alla realizzazione di pozzi di aereazione nello spazio monumentale della nostra Villa. Via Partenope invasa dal disordine di tavolini e di gazebi, e da ieri di giostre, non offre uno spettacolo edificante per una «città internazionale» cui de Magistris dice di non voler rinunciare. Mi fermo qui circoscrivendo gli appunti all'attualità del lungomare e ricordando a Giorgio Cozzolino che se è apprezzabile la fiducia che egli pone in una paziente collaborazione tra le amministrazioni è anche utile sentire, quando necessario, la voce di chi è preposto al compito di tutela: mettere animo e una certa passione di parte nei propri compiti non sempre è sbagliato o fuori le righe. Quando ci vuole ci vuole.