Questo libro di Marco Romano, Liberi di costruire (Bollati Boringhieri, pp. 130, 15), sarà particolarmente gradito a chi teme che lo Stato contemporaneo abbia imboccato una pericolosa deriva «totalitaria». Quella che lo induce a intromettersi non solo negli ambiti suoi propri, quelli che riguardano il legale e l'illegale, ma anche in quelli del gusto, dell'estetica, della bellezza, e finanche della libertà dei cittadini. Liberi di costruire, scritto da uno studioso che ha fatto dell'indagine sui fondamenti culturali e antropologici della città il proprio baricentro intellettuale, riassume tutti gli argomenti formidabili per arginare la tendenza a soffocare la libertà attraverso minuziose regolamentazioni estetiche che deprimono l'autonomia di una civitas. Si esprimono, scrive Romano, attraverso un diktat estetico e un pregiudizio culturale. Avocano allo Stato il compito di decidere ciò che è bello e corretto e cosa non lo è. Il «centralismo amministrativo» nasce appunto per «reprimere la libera volontà di quanti alle loro memorie storiche vorrebbero avvicinarsi con il proprio amore e con il proprio sentimento della bellezza. Che non è necessariamente quello dei funzionari dello Stato totalitario, magistrati e soprintendenti, e neppure dei loro virtuosi sostenitori, Italia Nostra e lo stesso Fai, quando esprime opinioni al di fuori del suo ammirevole campo specifico». Si capisce bene, da queste poche righe, che il discorso di Romano non è solo accademico o dottrinario e ha dei bersagli molto precisi. Scrive ancora: «Costoro, che della Costituzione e della democrazia tengono conto a modo loro, sono i veri nemici della nostra libertà, e la verità della democrazia, delle sue decisioni, non sta nel suo corrispondere al punto di vista di questi esperti per loro natura cresciuti in ambito autoreferenziale legittimato dal centralismo istituzionale dello Stato, ma nella libertà della civitas». Marco Romano descrive, nella migliore delle ipotesi, gli effetti indesiderati di un'intenzione in sé giusta: quella di salvaguardare l'integrità del territorio, del paesaggio, dei gioielli architettonici. Gli effetti indesiderati sono un conservatorismo intransigente, una forma spocchiosa e intollerante di elitarismo che tende a disprezzare tutte le forme della «libertà di costruire», tutte egualmente delegittimate ed equiparate a una degradazione del gusto, distruttivo, orribile, esteticamente ripugnante. Nella peggiore delle ipotesi si tratta di due distorsioni concettuali molto gravi. La prima è la sostanziale cancellazione di ogni connotato democratico e in senso lato «popolare» del governo delle città. È l'imposizione di un verbo unico, di un unico canone estetico, che fa dire a un sinedrio di esperti ciò che una comunità deve considerare bello e desiderabile e ciò che invece va scartato con ignominia. La seconda distorsione appare particolarmente evidente dall'itinerario storico che Romano propone nei capitoli iniziali di questo libro. La libertà della civitas è esattamente la libertà che i cittadini, tutelato il loro diritto fondamentale al possesso di una casa come condizione per una cittadinanza compiuta, possono esercitare in una situazione storica in cui lo Stato «centralizzato» non può tutto. È il contrappeso, il bilanciamento dei poteri che non lascia il cittadino nudo e inerme di fronte a un'autorità illimitata e incontrastata. È questa partecipazione libera che rende la comunità della civitas un centro di identità democratica. Spossessarne il diritto di «costruire» e di vivere una città come organismo attivo vuol dire riconsegnare i cittadini alle mercé di un potere assoluto e inevitabilmente tirannico. «Totalitario», per adoperare la terminologia di Marco Romano. Ecco perché appare urgente, letto Liberi di costruire, un radicale cambiamento di approccio alle cose dell'urbanistica, dell'architettura e persino alla gestione dei beni culturali e paesaggistici. Ripudiando il modello antidemocratico degli «esperti» onniscienti che decidono su tutto e per conto di tutti, e restituendo il gusto della democrazia negli stili e nei gusti. Con la libertà della civitas che non venga più compressa e con uno Stato che rispetti i suoi limiti e smetta di considerarsi un Leviatano.
Libertà estetica e obblighi di Stato
Il libro "Liberi di costruire" di Marco Romano critica l'intervento dello Stato nella vita quotidiana, in particolare nella materia dell'urbanistica e dell'architettura. Romano sostiene che lo Stato sta soffocando la libertà dei cittadini con regolamentazioni estetiche e culturali che deprimono l'autonomia di una civitas. Il libro propone un contrappeso ai poteri centralizzati, sostenendo la libertà della civitas e la partecipazione libera dei cittadini nella gestione della città. Romano critica il modello antidemocratico degli esperti onniscienti che decidono su tutto e per conto di tutti, e sostiene che lo Stato dovrebbe rispettare i suoi limiti e smettere di considerarsi un Leviatano.
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