Si usa sempre magnifìcare, anche al di là del reale, la quantità di beni culturali che l'Italia possiede; se però talora pensassimo anche al moltissimo che se ne è invece andato nei secoli? Irene Favaretto, docente all'ateneo di Padova, valuta che, in tutto il Veneto, resti «meno del 10 per cento delle sculture antiche raccolte dal XIII al XVIII secolo, ed arrivate da Aquileia, dalla Dalmazia, l'Istria, l'Asia minore, la Grecia, perfino da Roma»; Rosella Lauber, studiosa di Udine, ha trovato che, di 260 opere descritte a Venezia da Marcantonio Michiel tra il 1521 e il 1543, in tutto ne rimangono in laguna solo 22; e la romana Natalia Gozzano spiega formazione e dispersione d'una delle massime raccolte dell'Urbe, quella Colonna (La quadreria di Lorenzo Onofrio Colonna. Prestigio nobiliare e collezionismo nella Roma barocca, Bulzoni, 324 pag., 25 euro), che, con la Doria-Pamphilj e la Pallavicini, è quanto sopravvive delle antiche quadrerie private. I primi dipinti datano al 1557; nella seconda metà del '600, Lorenzo Onofrio ne acquista mille; se ne va nel 1689, e la famiglia ne detiene oltre 4.400; per acquistare, talora il principe s'indebita al Monte di Pietà; prende perfino dei dipinti a noleggio (già allora, un "catering dell'arte"?); e possedeva, come svela l'autrice, anche il San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina, ormai alla National di Londra. I capolavori ex Colonna fuggiti all'estero sono prestigiosi quanto innumerevoli: come la Pala Colonna di Raffaello (ora al Metropolitan di New York) e una sua Madonna (a Berlino); il Ratto di Ganimede di Tiziano e l'Ecce Homo di Correggio (a Londra, National Gallery); Venere e Amore di Veronese, la Salomè di Reni, una Deposizione di Quercino a Chicago; dei Domenichino a Washington, Londra e New York, e altro ancora; venduti a fine '700, quando Napoleone pretendeva dai Colonna 80 mila scudi d'imposte: circa un terzo del valore attribuito all'intera galleria, allora 2.367 opere esposte, nell'inventario del 1783; per questo se ne vanno d'un colpo 320 dipinti, «tra i più belli della collezione». Un'altra dispersione, nel 1818: Filippo III Colonna muore ed ereditano tre figlie, maritate Rospigliosi Pallavicini, Bar-berini e Lante della Rovere, che portano con sé altre importanti tele. E pensare che il primo collezionista in grande stile, appunto Lorenzo Onofrio, aveva votato due sale alle sue Nature morte e ai suoi tanto amati Paesaggi. L'archivio di famiglia è rimasto abbastanza completo; così, sappiamo che il principe, erede di Marcantonio II che vince a Lepanto, assistente al soglio pontificio e anche viceré a Napoli, Toson d'oro, attivo filo-spagnolo nella curia (i Colonna avevano avuto anche il loro "Papa di casa": Martino V, 1368-1431, «temporum suorum felicitas», è scritto sulla tomba), affidava i pagamenti al Maestro di Casa, aveva al soldo una piccola Corte. Sposa Maria Mancini, nipote del cardinal Mazzarino, che se ne va una notte, travestita da uomo, con grande scandalo; il principe la insegue, diffida i re da cui lei trova asilo; lei non cede, ma finisce in clausura; fino alla fine, i registri (e le carte rivelano anche amanti e figli illegittimi di lui) annotano le «Spese per Madama»; che morrà con le perle dono di Luigi XIV, il «primo amore», e l'anello di fidanzamento del Colonna; ma, nemesi storica, senza possedere nemmeno un dipinto.