L'artista napoletano presenta al Goethe il suo secondo catalogo di grafiche 1999-2012 «Le giornate per la cultura? Vanno bene le parole, ma poi occorre agire ed in fretta. Con obiettivi certi e realizzabili. Credo che a Napoli più che discutere a vuoto sui massimi sistemi ci si debba concentrare sul recupero e il rilancio dei due musei per le arti contemporanee, il Madre e il Pan. Vederli ridotti così fa una pena nel cuore, l'uno dimezzato, l'altro utilizzato con casualità e senza strategie programmatiche. Ripartiamo da qui e restituiamo alla città strutture che sono state per anni un nostro fiore all'occhiello». Ernesto Tatafiore sintetizza così il giudizio sull'attuale politica culturale partenopea, «rifugiandosi», si fa per dire, nella nuova sede del Goethe Institut in via Cappella Vecchia 31, dove domani alle 18 presenterà il suo secondo catalogo di grafiche, «Tatafiore Prints 1999-2012», evento accompagnato da un video di Mario Franco. Un'antologia che segue la precedente, dagli anni '60 al 1998. «Capisco - continua l'artista e psichiatra - che ogni amministrazione decida di utilizzare i propri uomini. Ma occorre sempre distruggere quanto di buono fatto in precedenza? Non credo e comunque all'estero non funziona così. D'altra parte la situazione attuale è drammatica, e non vedo il perché non si punti sui giovani e sul loro bisogno di lavoro e di cultura. Per esempio, al Madre prima erano impiegati tanti ragazzi e ragazze, colti e cortesi, che innalzavano l'immagine e la funzionalità del museo. Oggi c'è una decimazione di quelle presenze». La mancanza di denaro indicata dalle istituzioni come motivo della crisi gestionale di questi spazi è per Tatafiore uno spauracchio. «Ci ripetono sempre che non c'è un euro. Ma allora come mai dopo una tragedia come quella di Città della Scienza i soldi poi sono venuti fuori? E' possibile che per condurre con dignitosa ordinarietà la vita culturale della nostra città occorra un incendio devastante o chissà quale altra calamità, naturale o dolosa? I soldi o ci sono o no. Invece qui escono dal cilindro magico solo quando qualcuno lo decide, eppure sono soldi nostri, della comunità». E anche sul teatro Tatafiore non le manda a dire. «La qualità complessiva del Napoli Teatro Festival Italia delle prime edizioni dirette da Renato Quaglia non mi sembra riscontrabile in quelle successive». Ma la scelta di presentare questa pubblicazione al Goethe non è un atto da «rifugiato». "Ho sempre avuto rapporti stretti con la Germania, dove ho fatto mostre a Berlino, Monaco, Francoforte e così via, e dove c'è il mio più grande collezionista, Carl Grosshaus, un imprenditore tedesco, che ha sostenuto in parte anche i costi per questo volume in cui ci sono 100 acquaforti e 4 serigrafie, realizzate grazie alla collaborazione dello stampatore Angelo Gabbanini». Ma come è nato l'incontro fra Tatafiore e la grafica? «Lo devo a mio zio Guido, il pittore che per la prima Comunione mi regalò un kit per xilografia con i foglietti di linoleum da incidere. Un'arte che mi appariva difficile ma che finì poi con l'appassionarmi, proprio grazie ai suoi diversi passaggi. Mi intrigava e mi intriga la doppia faccia di un'opera, quella precedente e quella successiva all'intervento dell'acido, come se fossero due facce della medesima realizzazione». I cui soggetti ricordano anche in questo ciclo, quelli pittorici, fra nudi di donna, visioni ittiche e sottomarine, vulcani e ritratti di personaggi storici.
Napoli. Tatafiore: che tristezza il Madre e il Pan
Ernesto Tatafiore, artista e psichiatra napoletano, presenta al Goethe Institut il suo secondo catalogo di grafiche, "Tatafiore Prints 1999-2012". L'artista critica la politica culturale partenopea, che secondo lui non punta abbastanza sui giovani e sul loro bisogno di cultura e lavoro. Tatafiore lamenta la decimazione delle presenze al Madre e al Pan, due musei per le arti contemporanee, e accusa le istituzioni di utilizzare lo spauracchio della mancanza di denaro come scusa per la loro inattività. L'artista sostiene che i soldi esistono, ma che non vengono utilizzati per la cultura, ma solo per finanziare progetti politici.
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