Il più celebrato sindaco di Roma, Ernesto Nathan, dovette lasciare l'incarico, nel 1913, quando volle sfidare gli interessi degli immobiliaristi. Dopo di allora nessuno se l'è sentita di fare altrettanto. Il primo sindaco comunista, Luigi Petroselli, consapevole della forza di questo potere, trent'anni fa tentò una strada nuova: condurre nell'ambito dell'interesse pubblico la straripante iniziativa degli imprenditori edili, spesso anche proprietari di aree. Per il resto, non sono bastati piani regolatori, varianti, espropri, demolizioni per far crescere questa città secondo criteri semplicemente ragionevoli, onde evitare i guasti che sono sotto i nostri occhi. Ciò che è avvenuto a Roma è accaduto in Italia. Come la storia della Capitale si sviluppa negli stessi ambiti della sua vicenda urbanistica, così l'ultimo mezzo secolo italiano può essere raccontato attraverso i fatti che riguardano il suo parossistico processo edificatorio colato su città, paesi, coste, campagne. In nome degli interessi immobiliari sono perfino stati tentati colpi di stato, sono caduti ministri, si sono fatte e disfatte leggi. A tutt'oggi, il Paese non è riuscito ad avere una «riforma urbanistica» per dare un indirizzo moderno e unitario alla miriade di provvedimenti emessi da varie autorità. Galleggiano a mezz'aria, attuati secondo convenienza, la «legge ponte», «la Bucalossi», «la Galasso», esempi di provvedimenti di tutela che, con tutti i loro meriti, non sono stati in grado di evitare lo scempio del Bel Paese. L'urbanista Vezio De Lucia ripercorre in un libro cinquant'anni di storia italiana non rivelandoci nulla di nuovo, da verificare, da discutere. L'autore di «Se questa è una città» si limita perfidamente a ricordarci in rapida sequenza quello che è successo aggiungendo le luci di un set drammatico: forti chiaroscuri, ombre, lampi abbaglianti. Da Fiorentino Sullo, ministro democristiano che nel 1963 tentò di agganciare lo sviluppo urbano all'interesse sociale, a Berlusconi, promotore di due generosi perdoni ('94 e '03) degli abusivismi. Con «Nella città dolente» (Ed. Castelvecchi, 240 pagine, a giorni in libreria) De Lucia ci introduce nel percorso infernale di un «eterno dolore» proprio perché i danni inflitti all'Italia dagli stessi italiani sono irreversibili, in nessun modo recuperabili: una condanna. Di decennio in decennio i capitoli ci accompagnano dal vandalismo degli anni Cinquanta allo sviluppo «miracolistico» del periodo successivo, alle illusioni dei Settanta. È il tempo in cui si alza la voce di Antonio Cederna che richiama la coscienza nazionale sui misfatti di un cemento senza freni. Vengono ricordate le eccezioni di Matera, con i suoi «Sassi» salvati, l'Appia Antica fortunosamente protetta dalla speculazione, il «progetto Fori» poi negligentemente abbandonato. La breve stagione in cui si afferma la scelta per l'edilizia pubblica (legge 167) si conclude negli anni Ottanta: quelli della «disfatta», della resa senza condizioni in atto con l'«urbanistica contrattata». Non volendo essere un'arringa accusatoria ma una spietata rappresentazione dei fatti, l'opera di De Lucia non trascura episodi controcorrente quale fu, secondo l'autore, la ricostruzione di Napoli dopo il terremoto. Infine, il ventennio più recente con il «fai-da-te» urbanistico scelto da Milano e il dilagante e progressivo diffondersi del principio berlusconiano dei «padroni in casa propria», un vero e proprio condono preventivo realizzato con il discusso Piano Casa. Sesto San Giovanni, Venezia, Bologna, L'Aquila infine la Roma di questi anni con le responsabilità della politica (non esclusa quella di sinistra): sono i temi con cui si chiude questo itinerario attraverso le regioni italiane, dal punto di vista urbanistico veri e propri gironi infernali. «In cinquant'anni sono stati sfigurati cinquemila anni di civiltà insediativa. Non si può rimediare, ma si può dire basta». Così termina il racconto. Ma non illudiamoci: il Bel Paese non tornerà a «riveder le stelle».