BRUXELLES Se quest'Europa fosse il libro Cuore di Edmondo De Amicis, quest'Italia sarebbe Franti: quello dell'ultimo banco, che non studia e non studierà mai, e perfino sghignazza se qualche secchione fa una brutta figura. L'Europa non è Cuore, naturalmente, e il paragone è solo uno scherzo acido. Ma i numeri diffusi ieri da Eurostat, no, quelli sono serissimi: dicono che l'Italia prima al mondo per patrimoni e monumenti artistici è l'ultima, proprio l'ultima fra tutti i 27 Paesi dell'Unione Europea, per la percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura: 1,1 del Prodotto interno lordo quando la media dell'Ue è il doppio, il 2,2. Non solo: c'è soltanto la Grecia che arranca dietro il nostro Paese, e dunque l'Italia si attesta al penultimo posto, per quanto riguarda la percentuale di spesa dedicata all'istruzione; noi spendiamo per cattedre, insegnanti, libri, computer, presidi, bidelli e così via l'8,5: l'Ue spende in media il 10,9. L'Eurostat è una sorta di Bibbia di tutte le istituzioni europee, in tema di statistica. E le sue diagnosi sono spesso come sentenze inappellabili. Anche in questo caso, è stato in un certo senso così, ma con varie contraddizioni ben visibili in controluce: l'indagine svolta nel 2011 dice intanto che la Ue ha avuto una spesa pubblica pari al 49,1 del Prodotto interno loro; poi conferma quanto già si sapeva, e cioè le maggiori risorse dedicate in genere dai Paesi del Nord alla cultura e all'istruzione; ma nello stesso tempo ci dice che proprio la piazzaforte del Nord, la Germania, ha speso per la cultura appena un soffio di più (1,8) dell'Italia. Così scarsa di risorse destinate a cattedre e biblioteche, Roma si piazza però al di sopra di altre capitali e della Ue in media per quanto riguarda la percentuale di spesa pubblica dedicata alla protezione sociale: alle pensioni, soprattutto, e su un gradino più sotto alla casa, al sostegno per i portatori di handicap e alle misure attive per l'occupazione. Nel nostro Paese la percentuale di Pil dedicata alla sanità e alla protezione sociale era del 23,9 nel 2002, ed è salita al 29,9 nel 2011: meno della Francia, patria dello statalismo come dogma, e più della Germania. Insieme ai conti sull'istruzione e cultura, c'è anche un altro segnale inquietante per il nostro Paese. La spesa pubblica dell'Ue è diminuita per tutti i capitoli tranne che per i «servizi generali», voce che comprende anche gli interessi pagati sul debito pubblico. In due parole: in questo caso si è speso di più, perché c'era un debito più alto, e dunque interessi più alti da saldare. La media Ue è stata del 13,5. E fra i singoli Paesi, chi ha sborsato di più, perché più assediato dai creditori internazionali? La Grecia (24,6), Cipro (24,1), l'Ungheria (17,5) e l'Italia (17,3) quarta fra le maglie nere. Se non altro, Franti cerca almeno di pagare i suoi debiti.