Quale morale si può trarre dalle Giornate per la Cultura fortissimamente volute dall'assessore Antonella Di Nocera? Innanzitutto si deve dire che questi tre giorni sono stati irritualmente ! utili: non è stato tempo buttato, non è stata propaganda e non è stata nemmeno la solita lamentazione funebre. No, c'è stato qualcosa che forse non c'era mai stato: c'è stata la capacità di mettere insieme una città disgregata, e chiusa in tante città che non si incontrano mai. E c'è stata la capacità di ascoltare: l'amministrazione ha ascoltato i cittadini, i comitati, le associazioni. Ma anche questi ultimi sono stati portati, quasi costretti, ad ascoltarsi tra loro: cosa non meno rara e importante. Sono rimasto di sasso quando Agostino Riitano ha detto che era la prima volta che un'amministrazione comunale invitava il progetto Catacombe di Napoli (e tutto quello che ruota intorno alla onlus L'Altra Napoli e al Rione Sanità) a raccontarsi pubblicamente: sono stati invitati prima in America dalla Fondazione Clinton che dal Comune di Napoli! Il discorso di Riitano è stata l'esposizione dell'unica politica culturale necessaria a Napoli: una politica non solo necessaria, ma (come ha dimostrato Riitano) anche possibile. In poche parole: restituire il patrimonio storico artistico ai cittadini. Alla Sanità l'hanno fatto in modo geniale, grazie alla forza di don Antonio Loffredo. L'hanno fatto 'strappando' le Catacombe al Vaticano e rimettendole al centro di un circuito civico e culturale, ma anche economico: e l'hanno fatto riuscendo a mettere in piedi un fundraising di oltre 5 milioni di euro senza farsi fagocitare dagli sponsor. Per quanto ne so è l'unico esempio in Italia in cui un patrimonio storico e artistico riesce a produrre anche reddito senza che ne venga stravolta (anzi esaltandone) la funzione costituzionale: quella di formare cittadini consapevoli attraverso la conoscenza. Il 297 di incremento di visitatori, cioè i quarantamila turisti che hanno cominciato a frequentare la Sanità, non crea un reddito privato, ma ne crea invece uno diffuso, sociale, in qualche modo pubblico. E quando si sente dire che grazie all'ormai celebre progetto Sanitaensemble si vedono ragazzini con il contrabbasso in spalla uscire dai bassi tristemente «sonorizzati dalla musica neomelodica» si capisce che, davvero, con la cultura si può fare la rivoluzione. Non meno istruttiva, anche se diversissima, l'esperienza del Parco Sociale Ventaglieri e della Chiesa di San Giuseppe delle Scalze: l'ambiente, il paesaggio, il patrimonio storico e artistico che tornano a formare cittadini, grazie ad un'azione dal basso dei cittadini stessi. E che cosa cosa chiedono quei cittadini all'amministrazione comunale: che le scale mobili di Via Ventaglieri ricomincino a muoversi! In generale, la morale che esce da queste Giornate è duplice. La prima parte riguarda l'obiettivo: la politica culturale napoletana deve essere in primo luogo politica degli spazi pubblici. Una morale resa evidentissima dal luogo stesso in cui si sono svolte: il meraviglioso convento di San Domenico recuperato e pronto per essere restituito alla città (con un progetto e una destinazione che dovranno essere all'altezza). Salvatore Settis ha notato che bastava salire le scale del convento per avere il senso della dignità: una dignità che ha permeato anche gli interventi più dolenti, e che ha mostrato quale circuito positivo possa essere innescato dalla forma dei luoghi. La seconda parte riguarda il metodo: che dev'essere il più minimalista possibile. È apparso evidente che ciò che si chiede all'amministrazione è sostanzialmente di non impedire l'azione popolare in campo culturale: e cioè di rimuovere gli ostacoli, di far funzionare le infrastrutture, di facilitare l'iniziativa dal basso, di consentire l'accesso ai finanziamenti esistenti. Di permettere, insomma, che le cose accadano. Antonella Di Nocera (che viene proprio dal mondo dell"azione popolare', e che una volta entrata nella stanza dei bottoni ha amaramente scoperto che i bottoni non esistono più) è apparsa pienamente consapevole di tutto questo, e se da una parte ha ascoltato con rara umiltà (come ha notato Aldo Masullo), dall'altra ha cercato di far capire che tutto sta nelle procedure e nei processi amministrativi, dei quali siamo tutti egualmente prigionieri e dai quali dobbiamo evadere insieme. Ciò che colpiva (e lo ha notato Mirella Barracco nella sua lettera pubblicata ieri) è la distanza che separa tutto questo dalla retorica dei Grandi Eventi che ancora strega il sindaco De Magistris. Del Forum delle Culture e della Coppa America alla comunità napoletana della cultura che si è riunita in questi giorni a San Domenico non importa un bel nulla: anzi, essa vede (e a ragione) quei due eventi come la negazione stessa di una azione dal basso, sostenibile e inclusiva. Tra i progetti di cui si è parlato c'è anche Una vela per sperare: un 'idea che ha fatto scoprire a molti ragazzi della Sanità o di San Giovanni a Teduccio che Napoli è una città di mare. È in queste vele che la politica culturale del Comune deve soffiare, non in quelle, griffatissime, dell'America's Cup.
NAPOLI - Ecco per le Giornate sono state utili
L'articolo descrive le Giornate per la Cultura tenute dall'assessore Antonella Di Nocera a Napoli. Questi eventi sono stati utili e hanno messo insieme una città disgregata e chiusa. L'amministrazione ha ascoltato i cittadini, i comitati e le associazioni, e anche questi ultimi hanno ascoltato tra loro. L'articolo elenca alcuni progetti culturali che sono stati presentati, come il progetto Catacombe di Napoli e il Parco Sociale Ventaglieri. La morale che emerge da questi eventi è duplice: la politica culturale napoletana deve essere in primo luogo politica degli spazi pubblici, e il metodo deve essere minimalista e consentire l'azione popolare in campo culturale.
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