«STUPISCE IL FATTO CHE IN ITALIA NON CI FOSSERO CONOSCENZE SEDIMENTATE PER RICOSTRUIRE DOPO L'EMERGENZA» Ministro Barca lei ribadisce che i fondi per ricostruire L'Aquila ci sono e che diventerà credibile chiederne altri quando si saranno spesi. Il sindaco è sulle barricate: «Manca la copertura». Dov'è la verità? «Diciamo la stessa cosa: la differenza è nei toni. Non appena questi soldi verranno affidati a persone fisiche, con nome e cognome, la disponibilità finirà presto. E finirà ancor più velocemente nel cratere dove le pratiche dei Comuni sono più avanzate. A quel punto avere finanziamenti aggiuntivi sarà urgentissimo». Però mancano 5 miliardi contro i 2,2 stanziati. «Arriveranno dal Cipe. Se c'è una ricostruzione avviata, è una priorità e una sfida all'Italia: un governo di buon senso non si tira indietro. Mentre urlare un anno fa "i soldi, i soldi, i soldi" ha indebolito la causa, ora si può: ci sono un'idea di città, un cronoprogramma e una governance che reputiamo valida». La città è in gravissima difficoltà: imprese allo stremo, tanti cassaintegrati e senza lavoro. «I chiarimenti forniti hanno già fatto crescere velocemente numero delle domande presentate e soldi da consegnare. Questo non fa la svolta, no, ma ti fa arrivare alla fine del tunnel. Così un miliardo sarà affidato entro la fine dell'anno. Poi ci sono 100 milioni per lo sviluppo economico a brevissimo termine: farmaceutica, incubatori dell'università, impianti sciistici del Gran Sasso. Infine, i duemila cantieri già aperti. Ora c'è depressione, presto girerà molto denaro». Il 21 marzo ha dettagliato i punti affrontati e risolti dicendo che «sono stati stoppati i gufi». In molti se la sono presa: lo ridirebbe? «Certo. Perché non pensavo ai cittadini ma alla classe dirigente. In tempi diversi, una parte tifava perché la nostra governance fallisse e poi ha fatto altrettanto l'altra metà. I cittadini non gufano contro se stessi, la classe dirigente sì: è un problema culturale italiano. Così però il Paese si avvita e anche L'Aquila rischiava». Sembra che basti premere l'interruttore per vedere rinascere L'Aquila. «L'interruttore è stato già premuto il 21 marzo. Cialente ha dato un cronoprogramma, ora è misurabile sui fatti. Così cambia tutto. C'è stato un momento, dopo il sisma in Emilia, in cui è sembrato che in Italia esistessero un terremoto di A e uno di B. L'abbiamo superato facendo capire che alcuni passaggi avvenuti in Emilia sono stati svolti grazie all'Aquila». All'Aquila i problemi restano. «So che l'umore è basso. Però sono anche scandalizzato dal fatto che in Italia non ci fossero conoscenze sedimentate per ricostruire dopo i terremoti, una volta finita l'emergenza. Ci siamo informati: Friuli, Irpinia, Marche e Umbria sono stati affrontati in quattro modi diversi. Oggi, 150 dei 300 assunti dal concorsone dipendono del ministero delle Infrastrutture: tra 10 anni quando L'Aquila passerà saranno un know-how per lo Stato. Sperando che non si debba più usare».