L'Aquila quattro anni dopo «L'Italia non ci abbandoni» Ancora ritardi nella ricostruzione. Settis: si riparte, ma abbiamo rischiato un'altra Pompei «Finalmente ci sono cantieri aperti, 25 per l'esattezza, si rivedono gli operai. Dopo il deserto sociale delle new town si respira un'aria nuova» A quattro anni dalla tragedia del 6 aprile il centro storico de L'Aquila resta un deserto popolato di ponteggi, strade vuote, senza la vita di un luogo abitato e frequentato. Eppure qualcosa si muove, qualcosa sta cambiando. Viceversa, le «new town» restano un deserto sociale, frutto di una «scelta politica perversa» che dovremo risanare affinché il cuore aquilano non diventi una «Pompei del XXI secolo». Lo sostiene con appassionata veemenza Salvatore Settis, archeologo, storico dell'arte, già direttore della Normale di Pisa, studioso che tanti vorrebbero vedere alla guida del ministero per i Beni culturali: instancabile fautore di battaglie che investono il patrimonio artistico e quindi il nostro vivere civile, il 5 maggio sarà nella città abruzzese per una giornata in cui tutti gli storici dell'arte d'Italia sono invitati a vedere come stanno le cose, a giudicare, parlarne, farsi sentire. Professore, qual è lo stato della ricostruzione del centro storico aquilano? «Nel marzo di un anno fa andai a L'Aquila e tutto era assolutamente fermo, non vidi più di due o tre operai all'opera. Ora so che ci sono oltre 25 cantieri aperti, è cambiato moltissimo e questo va riconosciuto. Siamo ben lontani dalla ricostruzione», «Sulle ferite di questa città sono state fatte scelte politiche ed economiche scellerate» ciononostante nell'ultimo anno c'è stato un grandissimo progresso e, dalle mie informazioni, il rilancio è merito del ministro Barca che ha preso in mano la faccenda. È molto positivo ma resta un vero scandalo che per tre anni non sia fatto nulla concentrando tutto sulle new town». Le new town sono frutto di una scelta politica precisa del governo Berlusconi «Una scelta politica ed economica perversa e corrisponde perfettamente alla risata sinistra di quei due costruttori che nella notte del terremoto sghignazzavano. L'idea è stata quella di espellere gli abitanti dal centro facendone una specie di Pompei del XXI secolo per costruire 19 new town che distano fino a 35 chilometri una dall'altra. Così persone che prima vivevano nella stessa strada ora non possono nemmeno prendere un caffè. E poi questi nuovi centri non hanno edicole, bar, chiese, non hanno luoghi per la socialità: reclamizzate come la soluzione rappresentano invece la distruzione del tessuto sociale, sono state create far guadagnare le imprese capitalizzando su un disastro. È il profitto di pochi che vince contro l'interesse di tutti». Per il centro storico uno degli interrogativi chiave è: bisogna ricostruire ogni edificio «com'era dov'era»? «Il 5 maggio tutti gli storici dell'arte saranno all'Aquila. Per la tutela del patrimonio» «Non ci dobbiamo chiudere nelle formule. "Dov'era com'era" deve valere il più possibile ma possono esserci eccezioni, ad esempio per l'edilizia di poco pregio e di anni recenti. Spero che la casa dello studente crollata, dove morirono otto ragazzi, sia ricostruita dov'era ma non com'era, bensì con materiali molto migliori». E le chiese? «Sono meravigliose, spero che il tetto del Duomo sia ricostruito com'era ma per un centro storico prezioso come quello aquilano la regola per tutti gli edifici storici deve essere di rifarli dov'erano». Dovesse scegliere un edfldo simbolo per la ricostruzione quale indicherebbe? «Non sapendo esattamente a che punto sono i lavori, direi Collemaggio o il Duomo. Per fortuna il Fai ha restaurato già la Fontana delle 99 cannelle. Ma è fondamentale che al restauro si accompagni il ripopolamento del centro storico, così come è fondamentale non dimenticare e non lasciare all'abbandono i centri minori, e qui cito Onna. Inoltre non dimentichiamo che le new town sono state costruite in terreni agricoli distruggendo un'agricoltura di qualità che va ripristinata». Un centro storico è, o almeno dovrebbe sempre essere, un organo vivo. «Si, le città sono organi vivi. Sono contrario quando si parla di città museo, le città esistono da millenni prima del primo museo, sono fatte di uomini. E l'espulsione degli aquilani dal centro storico ha interrotto il cordone ombelicale che li legava alla loro città-. II 5 maggio sarà nella città abruzzese per una giornata dove sono imitati tutti gli storici dell'arte d'Italia con una camminata nella zona rossa (l'appuntamento è alle 11 alla Fontana Luminosa) un'assemblea, dalle 14 circa, nella chiesa di San Giuseppe artigiano. Come nasce l'iniziativa? «Non è un'idea mia ma è di un altro storico dell'arte, Tomaso Montanari. E la trovo molto bella. Da un lato credo richiamerà l'attenzione sulla necessità di ricostruire l'Aquila, dall'altro vuole rilanciare la storia dell'arte come attività civile, non come intrattenimento per conferenze divertenti o mostre che non dicono niente di nuovo. Infatti, con l'articolo 9 della Costituzione che impone alla Repubblica la tutela del patrimonio artistico, la nostra disciplina ha una funzionale civile altissima che si può e si deve esplicare quotidianamente».
L'AQUILA Abbiamo rischiato una nuova Pompei ma ora si riparte. Intervista a Salvatore Settis.
L'Aquila è ancora in ricostruzione quattro anni dopo il terremoto del 6 aprile. Il centro storico è ancora un deserto popolato di ponteggi e strade vuote. Tuttavia, ci sono stati progressi negli ultimi mesi, con oltre 25 cantieri aperti. Lo storico dell'arte Salvatore Settis sostiene che il rilancio è merito del ministro Barca, ma critica la scelta politica di costruire nuove town, che hanno distrutto l'agricoltura e hanno isolato gli abitanti dal centro storico. Settis sostiene che il centro storico deve essere ricostruito con materiali migliori e che gli edifici storici devono essere rifatti dov'erano.
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