Picchioni presenta la riunione delle Città del Libro SI RADUNANO oggi e domani a Torino si comincia alle 17.30, nella sala Agorà-Unicredit di via XX Settembre 29 i rappresentanti di oltre sessanta Città del Libro, le piccole e grandi località italiane che organizzano rassegne e festival librari, letterari e di cultura. L'idea di fare nascere qui una sorta di federazione di questi centri è venuta a Rolando Picchioni, che presiede la Fondazione per il libro, la musica e la cultura, la «madre» del Salone del Libro. Al presidente chiediamo di illustrare gli scopi dell'iniziativa. «Il progetto messo a punto con Gian Arturo Ferrari, che guida il Centro Nazionale per il Libro, e con il sindaco Piero Fassino, nasce non con una volontà dirigistica da parte nostra, ma per coordinare le più rilevanti e le più attive manifestazioni del genere che si tengono in Italia. Attraverso la contaminazione di esperienze diverse, che è un valore, quello che chiamiamo il "valore del meticciato culturale", puntiamo all'attivazione di un'economia di scala, visti i tempi assai difficili dal punto di vista del reperimento delle risorse, e a una "governance" che, dalla periferia, faccia fronte comune verso il centro, ossia verso le istituzioni. Nei confronti di questo ricco patrimonio, che si ramifica nel Paese, deve crearsi una politica, anno dopo anno». Va in questa direzione la vostra proposta di riuscire a ottenere per i saloni e per i festival del libro e della cultura lo status di bene culturale, attraverso un'apposita legge? «Certamente. In questi due giorni di dialogo si metterà a punto l'iniziativa di legge: si vuole ottenere il riconoscimento e la tutela di una parte rilevante di quella che viene detta cultura immateriale. Del resto, l'Unesco riconosce i beni culturali immateriali. E se lo è la pizza, per fare un esempio, a maggiore ragione lo sono i saloni del libro e le rassegne di letteratura». C'è un forte contrasto, in Italia, tra le centinaia di kermesse librarie e culturali e i numeri desolanti relativi agli italiani che non leggono neanche un libro all'anno: circa il 51 per cento della popolazione. Come se lo spiega? «Credo, intanto, che il fiorire di manifestazioni del genere sia in parte spiegabile con il campanilismo italiano: ogni paese o città vuole avere un fiore all'occhiello, insomma. Va poi aggiunto che se per un verso i festival sono frequentati generalmente da quelli che si chiamano lettori forti, per un altro contribuiscono a rendere più popolare il libro, desacralizzandolo, e a trasformarlo in un'occasione di socializzazione, di festa». Però la cultura costa. E i soldi non ci sono... «Rispondo citando Derek Bok, che è stato uno dei rettori dell'Università di Harvard: se l'istruzione costa, provate allora con l'ignoranza...».
"I saloni sono beni culturali non può esserlo solo la pizza"
I rappresentanti di oltre sessanta Città del Libro si riuniscono a Torino per discutere di un progetto per creare una sorta di federazione di questi centri. Il progetto, messo a punto con Gian Arturo Ferrari e il sindaco Piero Fassino, mira a coordinare le manifestazioni del libro e della cultura in Italia e a creare un'economia di scala. I partecipanti chiedono di ottenere lo status di bene culturale per i saloni e i festival del libro e della cultura attraverso una legge. L'Unesco riconosce i beni culturali immateriali, come la pizza, e i partecipanti vogliono ottenere lo stesso riconoscimento per le manifestazioni del libro e della cultura.
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