IL REPORTAGE C'è stato anche il «processo alla scienza» ma la sentenza si basa sulla violazione delle nostre leggi. I genitori degli studenti morti: premio alla migliore tesi di laurea sul rischio sismico. Non c'è la parola per dirlo, c'è la parola orfano, c'è la parola vedovo o vedova. Non c'è quella per dire la condizione di chi perde la figlia o il figlio. Forse per questo il 6 aprile è prima di tutto il ricordo delle ragazze e dei ragazzi, dei bambini vittime del sisma. Degli aquilani e degli studenti di cui le istituzioni a cui erano affidati avrebbero dovuto prendersi cura. Renza Bucci avrebbe dovuto diventare nonna, il 6 aprile 2009, per il parto programmato della figlia. Ha perso sotto le macerie la figlia e la nipotina, la 309ma vittima, insieme al genero. Renza non ha mancato una udienza di quello che sulla stampa è stato chiamato il «processo alla scienza», eppure il suo nome non è fra quelli del ricorso contro la Commissione grandi rischi, perché per lei non c'è compensazione possibile, c'è invece il bisogno di sapere. Renza, prima che il tempo si fermasse alle 3 e 32 del 6 aprile, lavorava come amministrativa all'università. Nel crescendo delle scosse a L'Aquila, ai dipendenti dell'università era fatto divieto di avere paura e uscire dalle sedi. Obbligo di ferie per i «paurosi». Oggi gli uffici di palazzo Carli, il rettorato, sono un cumulo di macerie e si deve solo ringraziare che la scossa fatale fu di notte perché la strage, altrimenti, sarebbe stata ancora più terribile. Negli uffici e nelle aule. Marta Valente è rimasta 23 ore sotto le macerie che hanno sepolto per sempre Ivana Lannutti, l'amica con cui divideva l'appartamento. Ha speso per le cure 130.000 euro. Ma a L'Aquila era una fuorisede, non è tecnicamente una terremotata. Dice Sergio Bianchi, papà di un altro fuori sede, Nicola, morto in via D'Annunzio: «Non è che siamo stati dimenticati, lo Stato non ci ha proprio visti. Ma non vogliamo che sia cancellato il nome dei nostri figli». Uno dei libri più toccanti usciti dopo il sisma si chiama «Macerie dentro e fuori», è curato dal giornalista Umberto Braccili, scritto da genitori e fidanzate o fidanzati dei ragazzi morti nelle case che avevano preso in affitto per studiare. Palazzi in cemento armato, quell'1 di edifici in cemento armato che non avrebbero dovuto crollare e che, invece, sono crollati. Questo libro autoprodotto, «lo abbiamo fatto per sentirci meno soli», è approdato al Consiglio nazionale dei geologi (sul cui sito può essere acquistato). Insieme ai geologi, i genitori dei ragazzi morti hanno istituito un premio per una tesi di laurea in scienze geofisiche sul rischio sismico. Poca cosa, 3000 euro, anche se si spera di trovare altri fondi, «siamo famiglie operaie - spiega Sergio Bianchi - abbiamo risorse minime». Però è «un modo per andare nelle università, dove abbiamo trovato molto interesse negli studenti, a fare informazione e prevenzione», spiega Gian Vito Graziano, presidente dei geologi. Nel dopo terremoto si alternano sentimenti contrastanti: smarrimento, voglia di reagire, rabbia, depressione, progetto collettivo, ricostruzione individuale dell'esistenza. Up and down. Siamo nel down. Dal punto di vista del discorso pubblico il 2012 ha significato due cose: il passaggio, fortemente voluto ma non privo di problemi, dalla gestione emergenziale a quella ordinaria, che significa ritorno della democrazia e delle procedure di legge negli appalti. L'altra cosa è lo svolgimento dei processi, incardinati quando era procuratore Alfredo Rossini, morto di tumore il 28 agosto 2012. Il processo per la Casa dello studente, quello per il Convitto nazionale, quello della commissione Grandi rischi. Processi che hanno portato a condanne in primo grado ma che, soprattutto, hanno portato a delle verità, quelle verità che si possono ricostruire per via giudiziale, come ha spesso sostenuto il Pm Fabio Picuti, per «non dimenticare», dice Sergio Bianchi, «gli errori del 2009». Un grande lavoro per una piccola procura in cui spicca la serietà dei giudici monocratici (per quanto complessi siano questi processi, si tratta di reati colposi per i quali non è previsto il collegio) Giuseppe Grieco, Marco Billi, che hanno dovuto giudicare in solitudine. Sulla testa del silenzioso Marco Billi, che ha parlato solo attraverso le motivazioni della sentenza, si è scatenata la tempesta delle critiche per «il processo alla scienza». Ma la linea difensiva impostata da Guido Bertolaso, prima ancora che si facesse il processo, con una raccolta di firme fra scienziati per affermare che «i terremoti non si possono prevedere», se ha fatto breccia nel fatalismo del senso comune, non ha tenuto conto delle leggi dello Stato. Leggi che affidano alla Commissione grandi rischi «competenze specifiche di previsione e di prevenzione, oltre che di raccolta e divulgazione di tutte le informazioni che potessero essere utili ai fini della protezione della popolazione». Attorno a questi delicati compiti è cresciuto un grande apparato, un sistema di informazione istituzionale (disciplinato dalla legge) sulla comunicazione del rischio, che ha accresciuto il prestigio e, conseguentemente, la fiducia di chi è in pericolo. Le vittime del sisma de L'Aquila potevano essere in numero minore - è la conclusione - se quella riunione conclusasi con messaggi rassicuranti non ci fosse stata. Fra le riflessioni sul 6 aprile il libro di Antonello Ciccozzo, antropologo, uscito per Derive e approdi: «A L'Aquila - scrive - si è rivelata una catena di comando che, per calarsi dalla politica alla comunicazione, ha avuto bisogno di accreditarsi attraverso la scienza».
L'Aquila quattro anni dopo: L'Italia non ci abbandoni
Il 6 aprile 2009, un terremoto devastante colpisce L'Aquila, uccidendo 308 persone, tra cui studenti e genitori. I genitori delle vittime chiedono un processo alla scienza per determinare la responsabilità della Commissione grandi rischi, che aveva previsto il rischio sismico ma non aveva agito per prevenire la tragedia. Il processo si conclude con una sentenza che condanna i responsabili del terremoto, ma non quelli della Commissione grandi rischi. I genitori delle vittime istituiscono un premio per una tesi di laurea in scienze geofisiche sul rischio sismico, con il fine di aumentare la consapevolezza e la prevenzione.
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