La politica? Oggi viola sistematicamente il significato civile dell'arte del passato. L'industria culturale sta trasformando il patrimonio storico e artistico della nazione italiana in una Disneyland che forma non cittadini consapevoli, ma spettatori passivi e clienti fedeli. E con la giunta arancione i Grandi Eventi sono la nuova religione. Per mesi tutto a Napoli è ruotato intorno all'America's Cup. Matteo Renzi ha un posto d'onore in questo libro non perché sia un caso unico: ma perché è l'esempio più paradigmatico di un'involuzione generale. Usando il patrimonio storico e artistico della sua città come arma di distrazione di massa ad alto impatto mediatico, egli è assai rapidamente diventato il politico professionista più a proprio agio nel violare il significato civile dell'arte del passato, clamorosamente ridotta ad alienante fabbrica di clienti (e, in particolare, di acquirenti di un format politico). Ma Renzi è solo più bravo e veloce degli altri sindaci: tutte le cosiddette «città d'arte» italiane, piccole e grandi (da Padova, dove i grattacieli minacciano la Cappella degli Scrovegni di Giotto, fino a Siracusa, dove il Teatro Greco viene trasformato in un autodromo dove far rombare le Ferrari) si avviano velocemente a diventare templi del mercato, strumenti di distruzione del senso critico, mattatoi della cittadinanza, fabbriche di clienti, set cinematografici per turisti-comparse. Per Carlo Cattaneo (1858) le nostre città erano il «principio ideale delle istorie italiane», per Giulio Carlo Argan (1972) il «fondamento unitario delle manifestazioni artistiche italiane»: ma oggi nessuna forza politica sembra avere un progetto che non sia il potenziamento dello sfruttamento turistico attuale. E, almeno in questa cruciale materia, le differenze ideologiche tra Renzi, Orsoni, Alemanno e De Magistris si devono semmai cercare nelle sfumature, non nella sostanza. Alla fine del 2012 questo pensiero unico è stato riassunto perfettamente nella deprimente e imbarazzante paginetta che l'Agenda Monti riserva all'«Italia della bellezza, dell'arte e del turismo». Nemmeno una singola parola è dedicata al valore civile del patrimonio storico e artistico, mentre l'idea chiave è che «investire nella cultura significa anche lavorare per rafforzare il potenziale del nostro turismo, poiché già oggi cultura, bellezze naturali ed enogastronomia sono i pilastri della nostra attrattiva». Non c'è niente di nuovo: su questo dogma si fonda l'industria culturale che sta trasformando il patrimonio storico e artistico della nazione italiana in una Disneyland che forma non cittadini consapevoli, ma spettatori passivi e clienti fedeli. È a questo dogma che dobbiamo la privatizzazione progressiva delle città storiche (Venezia su tutte), e un'economia dei beni culturali che si riduce al parassitario drenaggio di risorse pubbliche in tasche private, socializzando le perdite (l'usura materiale e morale dei pochi «capolavori» redditizi) e privatizzando gli utili, senza creare posti di lavoro, ma sfruttando selvaggiamente un vasto precariato intellettuale. È grazie a questo dogma che prosperano le strapotenti società di servizi museali, le quali lavorano grazie a un opaco sistema di concessioni e che stanno fagocitando antiche istituzioni culturali e cambiando in senso commerciale la stessa politica del Ministero per i Beni culturali. È in omaggio a questo dogma che la storia dell'arte è mutata da disciplina umanistica in «scienza dei beni culturali» (e infine in una sorta di luna park intellettuale), e che le terze pagine dei quotidiani si sono convertite in inserzioni a pagamento. (...) E chi pensava che con la giunta «arancione» di Luigi De Magistris le cose sarebbero cambiate, ha subito una cocente delusione. Ora è anche peggio: i Grandi Eventi sono la nuova religione, panem et circenses per un popolo ridotto a plebe. Non solo la politica culturale, ma perfino la politica tout court: per mesi tutto a Napoli è ruotato intorno all'America's Cup. In un primo momento l'Amministrazione ha pensato di montare le tribune per il pubblico delle regate sulla colmata illegale che copre i rifiuti tossici di Bagnoli: poi si è, per fortuna, deciso di far invece svolgere l'evento sul mare di fronte a Castel dell'Ovo. Ma questo spostamento ha comportato la creazione di una orribile scogliera artificiale, che viola il vincolo paesaggistico che tutela uno dei paesaggi più belli e celebrati d'Italia, quello che si gode dal lungomare di Via Caracciolo. Un marziano potrebbe pensare che in una città amministrata nel nome della legalità e del bene comune la discussione verta su come incarnare e rendere concreto lo spirito delle leggi, onorandone, e financo superandone, la lettera in nome dei principi superiori che esse traducono in norma. E quel marziano si sbaglierebbe di grosso, perché tutto al contrario la discussione non è sullo spirito, ma sulla lettera della legge: cioè su come e su quanto si possano aggirare i numerosi vincoli che mettono al sicuro il paesaggio, e tutto questo al servizio non di una riforma capace di riscattare la città dalla sua decadenza, ma al servizio della danza degli eventi effimeri. La vicenda del Forum delle Culture non è meno deprimente. Napoli ha acquistato da una fondazione di Barcellona (per 4 milioni di euro!) il format e il brand di una pomposa e banalissima kermesse internazionale. La stolida retorica del linguaggio da marketing televisivo non copre il fatto che si è sostanzialmente acquistata, a carissimo prezzo, una scatola vuota. Ma il peggio deve ancora venire: i governi locali (Comune e Regione) hanno preteso di riempire direttamente quella scatola. E, tra mancanza di soldi, mancanza di idee e scontri tra cordate lottizzatrici, tutto si è arenato nel più imbarazzante dei modi. Negli stessi mesi in cui al centro dell'attività della giunta De Magistris c'erano la Coppa America e il Forum delle culture, l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici imballava i suoi libri per spedirli in un deposito di Casoria, alla periferia di Napoli: nessuno dei governi campani era riuscito a trovare una «casa» per quei trecentomila volumi destinati ad un uso pubblico. Si trattava di decidere se in uno dei progetti di città delle varie forze politiche che governano Napoli e la Campania, l'Istituto e i suoi libri avessero un ruolo, e quale. È proprio questo che si sarebbe dovuto decidere: quanto vale, per il bene comune della città di Napoli, un istituto come quello di Studi Filosofici? Che percentuale di un Forum delle culture, di una America's Cup o di una mostra effimera siamo disposti ad investire in questa fabbrica di futuro e cittadinanza? Per ora, meno di zero.