Ma cos'è questa crisi? Secondo Bruno Arpaia e Pietro Greco, autori di un aggressivo pamphlet intitolato La cultura si mangia! (Guanda, pp. 176, 12, in uscita dopodomani), si tratta di una malattia molto italiana, provocata da un grave errore nella scelta del che cosa e del come produrre. Non siamo più competitivi, né creativi, da un bel pezzo, scrivono i due: ecco la causa del nostro declino. Il guaio aggiungono è che abbiamo tagliato i «tre vertici del triangolo di Eco», cioè i finanziamenti alla ricerca scientifica e tecnologica; all'industria creativa e culturale; alla formazione scolastica. E Umberto Eco affermano è il legittimo inventore di questo «triangolo»: una specie di teorema geometrico dove si definisce la «cultura che si mangia», cioè produttrice di conoscenza, e dunque anche di benessere per una nazione. Come ogni pamphlet polemico che si rispetti, questo di Arpaia e Greco contempla i suoi «buoni» in testa a tutti Umberto Eco e i suoi «cattivi»: cioè i sostenitori dei tagli alla cultura, anche se motivati da principi di moralità liberale ed equilibri di bilancio. Cattivi, dunque, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Andrea Ichino e Stefano Zecchi; cattivissimo fra tutti l'ex ministro Giulio Tremonti, reo di aver attuato i famosi «tagli lineari» e, in virtù dell'infelice frase «con la cultura non si mangia», ispiratore involontario del titolo di questo saggio. Una volta chiarito dunque da che parte sta cioè contro i critici liberali (sempre definiti «neoliberisti») il pamphlet tocca con ampia documentazione una quantità di temi, sempre ispirandosi però a un principio guida: la necessità che lo Stato investa molto di più nel sistema culturale. Infatti, sostengono Arpaia e Greco, l'economia si sta «culturalizzando», il vero motore dello sviluppo è ormai la conoscenza. Ci si ispiri al New Deal americano, alla Cina o all'India, ai Paesi scandinavi o alla Germania: l'importante è gettare propellente nella macchina delle idee innovatrici e, se possibile, altamente tecnologiche. Convincente là dove rivendica una sorta di primato morale alla cultura, con il suo anticonformismo e il suo spirito critico, con il suo «pensiero laterale» capace di smentire le premesse attraverso conclusioni sorprendenti, il pamphlet coglie nel segno anche là dove indica nel sostegno alla ricerca e nel rafforzamento del «sistema Paese» la via per uscire dal declino in cui ci dibattiamo. Ma lo spirito polemico fa piazza pulita di alcuni dubbi legittimi: non sarà che la crisi italiana venga precisamente dal fatto che per decenni, non c'è stato un vero mercato, il sindacato ha anestetizzato e scoraggiato i meriti, gli imprenditori si sono riparati dietro alle barriere e alle rottamazioni? E non si può temere che, una volta messo in piedi un imponente New Deal all'italiana, si scopra poi che i soldi per finanziarlo si debbano trovare attraverso nuove tasse? E peggio ancora: non sarà che un blocco culturale foraggiato dallo Stato si sentirà poi obbligato a ringraziare i politici di riferimento, dando vita a una nuova, allegra generazione di organici «topi nel formaggio»? Il guaio è questo sosteneva Hayek, altro impenitente «liberista»: chi paga compra, e alla fine chiama a rapporto i suoi beneficiati.