Andrea Carandini è una delle voci più autorevoli e critiche della nostra intelligencija. Erede di una tradizione liberale che ha fatto la storia d'Italia. Il nonno, Luigi Albertini, è stato direttore del Corriere della Sera finché il fascismo non lo estromise, il padre Nicolò il primo ambasciatore della neonata Repubblica a Londra. Archeologo multitasking, si è distinto nelle tante competenze della propria professione: scavi - è stato nel Belpaese il pioniere della tecnica stratigrafica elaborata dagli specialisti britannici, che ha applicato con risultati eccezionali sul colle Palatino -, saggistica, con una cura per la chiarezza divulgativa trascurata da gran parte degli accademici (nel 2012 ha visto le stampe l'Atlante di Roma Antica), insegnamento: prima a Siena e Pisa, presso l'Università La Sapienza di Roma dal 1992 al 2010. E politica. Nominato da Sandro Bondi presidente del Consiglio superiore dei beni culturali nel marzo del 2009, al posto del dimissionario Salvatore Settis, ha rinunciato all'incarico nel maggio del 2012. Dal 19 febbraio è presidente del Fondo ambiente italiano (Fai), la più influente fondazione privata che in Italia si occupa di patrimonio culturale, impegnandosi per l'apertura al pubblico di siti e monumenti di rilevanza artistica, storica e paesaggistica ricevuti in donazione o eredità. Due esempi su tutti: l'abbazia di San Fruttuoso a Camogli e la Villa Gregoriana di Tivoli. Il 23 e il 24 marzo, a un mese dalle elezioni politiche, le Giornate Fai di primavera, organizzate ogni anno a partire dal 1992, hanno permesso a cinquecentomila persone di visitare settecento luoghi normalmente non accessibili. Numeri, messi in moto da un'istituzione non pubblica, con cui lo Stato non può non fare i conti. Professor Carandini, cosa si aspetta il Fai dal prossimo governo in materia di beni culturali? Il 25 marzo scorso abbiamo incontrato il presidente del consiglio preincaricato Bersani in parlamento, in compagnia di altre sei prestigiose associazioni ambientaliste (Legambiente, Wwf, Greenpeace, Cai, Touring Club, Federazione Pro Natura, ndr). Siamo stati ricevuti da Bersani e Enrico Letta nella Sala del Cavaliere di Montecitorio. Io sono intervenuto per ultimo e ho preferito concentrare la mia attenzione sullo status disastroso del ministero dei beni culturali. Invece di fare l'interesse del Fai, ho fatto quello del dicastero perché l'interesse del primo riguarda anche il Fai. Non ho una posizione politica radicale e mi rendo conto che ritornare alle situazioni di un tempo, quando la spesa pubblica era oltremisura alta, non è possibile. Tuttavia, noi e il ministero dell'ambiente siamo stati maciullati molto al di sopra degli altri, tanto che quest'anno il ministero per i beni e le attività culturali dispone di soli novanta milioni per mantenere l'intero patrimonio italiano: archivi, biblioteche, archeologia, gallerie, storia dell'arte, monumenti, paesaggio. Nulla. Il nostro ministero è come un Lazzaro che aspetta un Gesù che lo resusciti, tanto è malconcio, con organici ormai allo stremo. Inoltre, siamo anche vittime di lentezze insostenibili. Visto quanto successo con il Colosseo, per quell'insana passione che hanno gli italiani di ammazzarsi l'un l'altro? Se i lavori di restauro cominceranno in aprile sarà già un miracolo, ma quanto tempo è passato.... E Pompei? Nel corso dell'ultima seduta in cui ero ancora presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, avevamo varato un eccellente progetto di restauro finanziato dall'Europa. Se partirà - all'inizio dell'anno prossimo come il direttore generale per le antichità assicura, posto che sia vero - saranno passati venti mesi. I soliti problemi burocratici? Le gare per assegnare i lavori sono molto complicate perché sono state studiate per appalti pubblici ordinari, come la costruzione di un'autostrada. Applicarle indifferentemente anche per Pompei non è naturalmente l'affare più semplice del mondo. Dovunque, incontri difficoltà. Non solo per ragioni economiche. Lo stesso Fai tenta a volte di gestire dei beni di proprietà dello Stato o dei Comuni e si impelaga in situazioni che non trovano esito felice. Per esempio, avevamo ottenuto da uno sponsor sette milioni di euro. Li abbiamo persi per il troppo tempo passato; lo sponsor si è scocciato. Auspica una maggiore collaborazione tra pubblico e privato, magari più calibrata rispetto alla dubbia trasparenza della concessione ottenuta dalla Tod's di Diego Della Valle per il Colosseo? L'operazione Colosseo è stata condotta perfettamente; andrà, infatti, in porto. Non capisco la baraonda creatasi, figlia solo del sospetto. La verità è che, in Italia, se tu non fai niente sei adorato, se agisci, subito qualcuno sostiene che avrebbe fatto meglio di te. In questo caso, funzionari di primo ordine sono stati criticati ingiustamente. Roberto Cecchi, sottosegretario del Mibac con Ornaghi, una persona intemerata, è stato massacrato. Preso di mira dalla cultura della faida, della rissa, per cui se non sei mio amico fai male tutto. Questa mentalità rende le cose difficili. La crisi politica è sotto i nostri occhi, i beni culturali sono da anni in una situazione di agonia. E cosa si può dire del Fai? Il Fai non mi preoccupa. Quest'anno va in pari bilancio per la prima volta. Ha raccolto venti milioni di euro con i telefonini, le iscrizioni, le donazioni degli amici. La nostra è una fatica che produce una partecipazione di popolo meravigliosa, fondata sul volontariato. Io credo che l'Italia possa godere sul serio di una cittadinanza bella e pulita. Basti osservare la passione del volontariato: l'amore del prossimo cristiano tradotto in termini laici. Nel Regno Unito il National Trust, l'associazione nazionale di difesa del patrimonio culturale, incide con maggiore efficacia sulla politica dello Stato e coinvolge di più i cittadini... Il Fai nasce proprio quando la figlia di Benedetto Croce, Elena, propose a Giulia Maria Crespi di fondare un «National Trust» italiano. Era il 1975. Crespi inizialmente tentennò, dubitando che da noi una struttura così tipicamente britannica potesse prendere piede. Ma in breve, grazie anche all'architetto Renato Bazzoni, si convinse. Si fonda su una cultura totalmente partecipativa. Anche nel Fai è così. Io, che ne sono il presidente, sono un volontario. Il nostro staff è composto da centoventi persone e nelle recenti Giornate di primavera hanno lavorato con noi settemila volontari e ventunomila apprendisti ciceroni, dalle elementari agli studenti universitari. Il Fai non è un'associazione elitaria. Si regge su una vasta collaborazione popolare che, tuttavia, ha bisogno di svilupparsi ulteriormente. Il National Trust è più avanti di noi, ma ha anche ottanta anni di vantaggio. A maggio andremo in Gran Bretagna per imparare. Chiederò loro di venire da noi per darci consigli e suggerimenti, non risparmiandoci critiche. Da parte mia, dopo aver servito lo Stato per tutta la vita, prima all'università e poi al ministero, mi ero tanto scorato da ritirarmi a vita privata. Quando Ilaria Borletti Buitoni ha lasciato la presidenza del Fai, mi hanno chiesto di sostituirla: non ho potuto non accettare. Durante la mia presidenza del Consiglio superiore sono sempre stato in contatto con questa organizzazione. Con la nuova legislatura, vantate un ottimo appoggio in parlamento grazie alla presenza dell'ex presidente, eletta deputato con la lista Scelta Civica di Mario Monti... Borletti ha trasformato quello che era un simpatico artigianato in una vera e propria industria culturale. Chiunque visiti a Milano la nuova sede della fondazione, nell'edificio della Cavallerizza Radetzky, rimarrà strabiliato al cospetto di un'imponente industria culturale. Mi è ritornato l'ardore, ma vorrei che tutta l'Italia fosse come il Fai. Concreta, costruttiva. L'industria italiana sta andando a pezzi perché all'estero riescono a fare di meglio a minor prezzo. Dove invece abbiamo il dovere di riporre notevoli speranze, è per l'appunto nel campo dei servizi culturali. In fondo, la Cina ci desidera, l'India, il Brasile, i paesi in via di sviluppo che, come è giusto che sia, attendono finalmente il loro turno. E noi, quando vengono in Italia, cosa gli offriamo? Al Palatino non c'è ancora una didascalia. Su internet manca un servizio di qualità che permetta a un indiano di informarsi prima di visitarlo. Vorrebbe che l'università, oltre a fare ricerca, si aprisse verso una maggiore attenzione nei confronti della promozione e valorizzazione del patrimonio? Certamente. Tuttavia l'università, prima di tutto, deve tornare a essere una cosa seria perché non lo è più. Per colpa di uno stupido egualitarismo, si è dato a strati sempre più ampi della popolazione un vino sempre più annacquato, dando a credere di trattare tutti come una volta si trattavano solo le élites. L'élite, però, beveva vino, non acqua tinta. Tutto ciò non solo non è onesto, ma è anche antidemocratico. Ormai ci si forma male e, chi è privilegiato, va a formarsi all'estero. Terminati gli studi, c'è il merito o la raccomandazione. Chi viene da condizioni più umili, può fare affidamento solo sul merito. Confesso che all'università, da quando sono in pensione, non ho più messo piede, intristito dalla sua decadenza. Continuo a mantenere stretti rapporti con i giovani. Grazie al loro contributo, ho recentemente pubblicato l'Atlante di Roma Antica. Spesso, però, i giovani non partecipano alla pubblicazione delle ricerche cui hanno preso parte. Vengono usati strumentalmente. Spesso si dimentica anche che l'archeologia, prima di essere un'erudita passione, è a pieno titolo una professione. Una persistente visione aristocratica del mestiere di archeologo, per esempio, si coglie nel successo di associazioni straniere, soprattutto statunitensi, che organizzano costosi campi di lavoro archeologico in Italia. Negli anni ottanta, quando insegnavo all'università di Pisa, volevo organizzare uno scavo a Tartuchino, una piccola fattoria dell'Etruria, ma non avevo i fondi necessari. Mi sono allora recato a Boston, per incontrarmi con i responsabili di una struttura privata che, tra le varie attività culturali, proponeva vacanze intelligenti. Se c'è il dentista del Minnesota che si diverte a passare le sue vacanze scavando un relitto spagnolo su un'isola dei Caraibi, perché non avrei dovuto tentare lo stesso con gli etruschi in Toscana? In cambio di denaro investito nella ricerca, i turisti americani sarebbero stati accolti da professionisti e avrebbero potuto partecipare a lavori semplici ma preziosi, come lavare la ceramica. A Boston non è stato difficile. È bastato illustrare in un teatro la nostra iniziativa. Lo scavo di Tartuchino ci ha guadagnato un sostegno economico e un valido aiuto manuale. Nella pratica culturale, c'è grande spazio per le possibilità di invenzione. Purtroppo, in Italia, molti giovani non hanno competenze di tipo imprenditoriale. Viviamo in una società capitalistica in cui l'impresa è un elemento fondamentale, ma siamo stati abituati a criticare sempre l'esistente invece di coglierne l'opportunità. Mai addormentare la critica, bisogna però accompagnarla con il fare. E noi predichiamo, ma quando arriva il momento di agire ci impantaniamo. Quello che mi piace del Fai, al contrario, è il pragmatismo. È questa la lezione anglosassone.
il manifesto
2 Aprile 2013
Intervista con l'archeologo Andrea Carandini, presidente del Fai. Per salvaguardare il nostro patrimonio dobbiamo imparare la lezione anglosassone: il pragmatismo
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Bene culturale
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