Da molti mesi è in discussione l'ipotizzata dichiarazione di notevole interesse pubblico delle aree centrali della città di Bari (San Nicola, Murat, Libertà, Madonnella), ovvero la proposta di equiparare la città vecchia a quella otto-novecentesca, riconoscendone a quest'ultima intrinseche qualità formali, sia pure diverse, e più stringenti regole di tutela e di valorizzazione. Da decenni, molti piani particolareggiati dei centri storici hanno ampliato il loro campo d'azione alle aree dell'espansione otto-novecentesca; ma se questo metodo di lavoro trova spazio in realtà urbane di dimensioni contenute, quando lo stesso metodo si propone, come in questo caso, di aggredire il tessuto urbanistico e edilizio consolidato di Bari, equiparandolo al centro storico, le reazioni non sono mancate e hanno creato un immediato subbuglio tra tecnici, imprese edilizie e proprietari. E' una follia, hanno detto in molti, perchè vincolare interi quartieri, aumentando costi e controlli, dando norme precise per ogni intervento, significa rallentare, se non contrastare, l'iniziativa privata nell'opera di riqualificazione d'intere aree della città, e questo in tempo di crisi non va per niente bene. Per molti, serve, al più, responsabilizzare valutatori eccellenti capaci di individuare, puntualmente, le «eccellenze» edilizie della città, ma che siano proprio capaci i valutatori ed eccellenti le opere. Per il resto, il tessuto urbano consolidato entro la cinta daziaria (da via Brigata Regina all'estramurale) è come un palinsesto dove infinite modifiche hanno trovato spazio e dove convivono epoche e stili, fino a quello contemporaneo, con opere che non sono mai state oggetto di giudizio qualitativo. A meno dei lungomare fascisti e di qualche più recente interesse campanilistico per i progettisti locali, si dice, quante sono le opere veramente meritevoli di tutela e pubblicate, anche solo in Italia, sui libri di storia e sugli inventari di architettura moderna e contemporanea? E' tutta edilizia, e ogni stagione progettuale, nel bene e nel male, ci ha messo del suo, vanificando il sogno di Murat di strade correttamente proporzionate sull'altezza ordinata dei fabbricati e di grandi isolati aperti su giardini interni fiorenti di aranceti e limonaie. Cosa in sotanza si dovrebbe tutelare? Ben presto, infatti, gli edifici sono cresciuti in altezza e in profondità, scomparsi gli allineamenti e i cortili sono stati coperti; poi i palazzi storici, prima solo sopraelevati, sono stati demoliti e ricostruiti, i più senza parcheggi. Oggi, che si va aprendo il mercato edilizio di Libertà, più che quello di Madonnella, parte l'ultimo assalto, in nome dell'incremento delle superfici utili, dell'adeguamento del fabbricato alla classe energetica superiore, dell'eterno ritorno dell'ideologia del bel vivere in centro in una casa tutta nuova ed efficiente, con l'autorimessa e il parcheggio privato sotto casa. E non si vogliono altre norme che non siano quelle di regolamento edilizio (proprio quello che nel 1936, ancora oggi vigente, assicurava occupazione dei giardini, demolizioni e ricostruzioni)Come questa filosofia di vita confligge con le norme in itinere che parlano di difesa e valorizzazione della qualità urbana e dell'architettura, lo leggiamo, sconsolati, nelle più recenti riqualificazioni già realizzate, in corso, pronte ad avviare i cantieri, che sempre più di frequente affollano le strade urbane, nel murattiano come nel suo immediato intorno dove, per altro, si procede sempre lotto per lotto, tassello per tassello, nella più assoluta casualità delle iniziative. Eppure i piani avevano sempre parlato, e sempre nei fatti era stato disatteso, d'interventi unitari o di comparti d'isolato. Cantieri e realizzazioni in atto si distinguono tra loro per la soluzione progettuale riservata all'edificio presistente: quando gli va bene è completamente demolito; quando gli va male sopravvive nella facciata, a volte modificata (perché comunque serve un accesso all'autorimessa di legge), sempre assolutamente estranea ai livelli interpiano della nuova costruzione. Una sola cosa hanno sempre in comune tutti questi interventi: la completa occupazione del giardino interno, anche nei casi dove lo stesso era almeno parzialmente sopravvisuto. Non importa che, a volte, gli edifici oggetto di questo trattamento abbiano un nome, abbiano avuto una funzione pubblica, civile o religiosa, conservino ancora spazi interni che ne hanno motivato il disegno della facciata; alcuni hanno perfino una storia costruttiva ed un progettista di prestigio e solo per questo dovrebbero essere più rispettati. Per altro, chi conosce i nomi dei progettisti di tutti i palazzi di Bari? Ma che importa ricordare il nome del progettista di uno qualunque di questi poveri edifici che continuano a scomparire o a essere mutilati quando sull'altro piatto della bilancia sta la Classe Energetica A e il sogno di una casa tutta nuova, sia pure ammantata di classico decoro formale, al centro della città metropolitana?.
Bari. Come cambia (male) la città
La città di Bari è in discussione per la dichiarazione di notevole interesse pubblico delle aree centrali, ovvero la proposta di equiparare la città vecchia a quella otto-novecentesca. Molti piani particolareggiati dei centri storici hanno ampliato il loro campo d'azione alle aree dell'espansione otto-novecentesca, ma questo metodo di lavoro trova spazio in realtà urbane di dimensioni contenute. Le reazioni non sono mancate e hanno creato un immediato subbuglio tra tecnici, imprese edilizie e proprietari. Molti ritengono che vincolare interi quartieri aumenterebbe costi e controlli, rallentando l'iniziativa privata nell'opera di riqualificazione d'intere aree della città.
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