Gli affreschi si sbriciolano, servono 250 mila euro Se non si procederà con un restauro, Brescia rischia di perdere il salone Da Cemmo del conservatorio Marenzio. A mettere in guardia sulle condizioni della preziosissima sala è il soprintendente ai Beni culturali Marco Fasser che con una collega nel 2011 intervenne su parte degli affreschi. «Ma la situazione era peggio di quanto ci aspettassimo». Servirebbero 250 mila euro circa, soldi che la Loggia non ha. «Vedremo con la prossima amministrazione», dice la presidente del Marenzio, Patrizia Vastapane. Sul sito del Marenzio lo scrivono così, con nonchalance, tra parentesi: i saggi, i concorsi, i seminari, le lezioni di esercitazioni corali ed orchestrali del Conservatorio e tutto il resto si tengono nel salone Pietro da Cemmo che, aperta parentesi, «presenta peraltro problemi di agibilità». Chiusa parentesi, punto. Mirabile eufemismo. A sentire la Sopraintendenza, il salone cade a pezzi. La nave della fede, con San'Agostino che tiene il timone, i cardinali, i finti loggiati, le sontuose decorazioni vegetali, i paludati lord dell'aristocrazia e le striature verdi in cui i critici avevano scorto (sbagliando) la mano del Foppa o di Paolo Caylina il Vecchio si stanno dissolvendo. Il riscaldamento al massimo, a quanto pare dai 30 gradi in su, e l'illuminazione, fari alogeni appoggiati alle pareti, hanno prosciugato l'intonaco. L'affresco si sbriciola, si sgretola, precipita a terra. Sabbia. Ogni volta che l'organo suona i Schubler Chorale di Bach, per dire, le pareti vibrano. E tanti saluti al Da Cemmo e al Magistero di Sant'Agostino. Eppure dicono che la sala, affrescata nel 1490, vanti un'acustica magnifica. «Per forza. Le pareti sono talmente logore da essere diventate porose. E poi quell'organo, che fu messo lì, a meno di un metro dalla parete, nel 1962, nonostante il biasimo di Gaetano Panazza, crea tensioni inammissibili. Provi ad appoggiare la mano sul muro appena suona. Un terremoto» dice il sovrintendente ai Beni architettonici Marco Fasser. «Guardi, quella sala è il solo unicum che abbiamo del Da Cemmo. La stiamo perdendo». Non è una novità. Fasser e la restauratrice Elisa Pedretti erano già intervenuti sugli affreschi nel 2011, con un cantiere pilota. «Abbiamo lavorato su una piccola porzione della stanza, La disputa fra Paolo e un eretico. Saranno quattordici metri quadri in tutto». La diagnosi? «Intonaci distaccati dal supporto, cadute di scaglie di colore, abrasione del film pittorico. Contenuto d'acqua: 0,21. Il minimo è del 3, 6. Appena sfioravamo un lembo di affresco ci rendevamo conto che la situazione era più grave di quanto pensassimo». Tutto secco. Farinoso. «Le dico solo che ci sono voluti otto sacchi da venticinque chili di calce idraulica per consolidare l'intonaco. Una quantità enorme» sottolinea Pedretti. Oltretutto, quel cantiere pilota è stato un supplizio: «Sarebbe durato non più di due mesi e mezzo. Ma gli studenti si lamentavano del frastuono e siamo stati costretti a interrompere più volte i lavori. Abbiamo iniziato a settembre del 2011 e concluso a febbraio dell'anno successivo». La prognosi? «Per riportarlo in auge ci vogliono almeno undici mesi di lavoro continuativo. E 255 mila euro». Non che si tratti del primo restauro. La sala, infatti, ha trascorsi turbolenti. Nel 1797 il convento di Sant'Agostino passa all'autorità militare. Tra gli affreschi di Pietro Da Cemmo i gendarmi ci realizzano un'infermeria. Il primo scempio. Poi, nel 1825, Ludovico Pavoni ci fa il suo Istituto di tipografi: ragazzini che battono a macchina tutto il giorno. E Sant'Agostino trema. Letteralmente. Il primo restauro è datato 1927: è a cura del grandissimo Mauro Pelliccioli. E il preventivo vale 4 mila lire. Le lacune pittoriche vengono colmate. Arriva la Guerra. Le bombe esplodono e frantumano finestre e intonaco. A quel punto il Comune decide un nuovo restauro e stacca un assegno da quasi 16 milioni di lire. Se ne occupa il bresciano Giuseppe Simoni nel 1974. Ma cominciano i guai. Già, perché cambiano le tecniche, l'approccio, i metodi. Pelliccioli usa la paraffina, Simoni invece la resina vinilica e il cosiddetto «impasto bastardo», calce e cemento sulle stuccature. Cioè il contrario. Pelliccioli integra le lacune pittoriche. Simoni rimuove tutto. Di nuovo il contrario. «Questo complica il nostro restauro» rileva Fasser. Che resta in ogni caso urgente, e costoso. «Mica abbiamo quei soldi in bilancio. Vedremo con la prossima giunta» commenta, stringato, l'assessore ai Lavori pubblici Mario Labolani. Ma il Conservatorio non può utilizzare ancora quella sala. Bisogna trasferirlo. Il presidente Patrizia Vastapane ha lanciato qualche idea. L'ex Tribunale? «Lo escludo. È come palazzo Avogadro: ci vogliono un progetto serio, che va meditato, e centinaia di migliaia di euro. Al momento non se ne parla». San Barnaba? «Vedrò che si può fare». «Chi canta prega due volte» diceva Sant'Agostino. Purché nel posto giusto.