Sterpaglie e incuria stanno cancellando nel parco dei "matti" un grande dipinto realizzato nel 1978 nello stile delle "Brigadas" di Allende per salutare lapertura del manicomio alla città "Imparammo la tecnica da due profughi e facemmo molti dipinti anche nei corridoi, oggi purtroppo tutti perduti" A San Salvi il muschio si sta mangiando i colori dei matti. E pensare che allepoca Massimo, uno degli "spenti", a suon di dipingere la bandiera italiana e quelle facce simpatiche con il nasone e le labbra grandi così, aveva spalancato un sorriso che nessuno gli aveva mai visto. Gino non sembrava nemmeno più lui, lo sguardo aveva smesso di navigare fra le onde della sofferenza mentale. Salì sui ponteggi insieme ai "compagni" della sezione di Grassina il 25 aprile e ridiscese il 1 maggio con il pennello in una tasca, gli occhi vispi e i calzoni tinti delle vernici usate per pitturare il giglio, i partigiani e Palazzo Vecchio. Racconterebbe una storia di resistenza e libertà, di paure e barriere psicologiche infrante, il murale dipinto su uno degli edifici nel cuore dellex manicomio fiorentino. Ma la pioggia, le sterpaglie e lincuria ne stanno facendo un altro monumento allindecisionismo che ormai contraddistingue questo spicchio di Firenze. Lhanno fatto nel 1978 i ragazzi della Fgci di Grassina insieme agli internati dellospedale psichiatrico. Lo stile è quello del muralismo diffuso in Cile ai tempi di Salvador Allende. Una tecnica importata grazie a due giovani cileni fuggiti dalla dittatura di Pinochet che bazzicavano la sezione. «Quel graffito è forse una delle testimonianze più importanti che ci restino sulla storia di questo luogo. Potrebbe essere restaurato, ma se nessuno fa qualcosa rischia di andare perduto», dice Claudio Ascoli, fondatore dei Chille de la Balanza e custode della memoria storica di San Salvi. Per questo ha deciso di lanciare il suo appello dopo aver letto su Repubblica delle scritte lasciate sui muri della mensa allex convento di SantApollonia dagli studenti greci fuggiti dalla dittatura dei Colonnelli e arrivati a Firenze negli anni '70. Messaggi di protesta e libertà per cui la Soprintendenza ha avviato un iter di salvaguardia. «Vorrei che Asl e Comune si spendessero per far ottenere la tutela anche a questo murale», dice Ascoli, «la Soprintendenza sta valutando la modifica di destinazione duso per dare il via libera alla ristrutturazione della cittadella. Lo faccia consegnando un vincolo di doveroso rispetto per le tante testimonianze di dolore e riconquista democratica conservate a San Salvi». Il dipinto sta deperendo su due pareti esterne di un vecchio deposito, dove venivano custodite sculture, tele e statuine in legno realizzate alla Tinaia, il centro dedicato alle attività espressive degli internati più creativi. «Fu dipinto nella primavera del 1978, e racconta di quando lospedale psichiatrico si aprì alla città», ricorda Cesare Micheli, allepoca uno dei giovani psichiatri della struttura che organizzarono quella «specie di festa dellUnità che fece entrare i fiorentini a San Salvi». Di quelle giornate il dottore conserva ancora un film in Super 8 che girò con la sua cinepresa. E il dipinto segna proprio un passaggio storico: «A pochi giorni dalla legge Basaglia, forse per la prima volta dalla nascita del manicomio, si vede la gente dei quartieri entrare a San Salvi e socializzare con chi viveva qui», spiega Micheli, «crollarono i muri del pregiudizio e il mondo dei 'normali si mischiò a quello degli schizofrenici, delle 'agitate e degli 'spenti, delle tare mentali accertate o solo supposte. Leccezionalità fu proprio la condivisione». «Al dipinto lavorarono insieme cittadini comuni, infermieri, dottori e matti. Uno accanto allaltro», dice Ascoli, che ha fatto del filmato e del murale due tappe fisse delle sue passeggiate a San Salvi, piccoli viaggi fra teatro e memoria alla scoperta delle tracce e dei segni lasciati da chi per anni ha vissuto qui. «In realtà ne facemmo anche altri nei corridoi dei reparti, ma purtroppo sono stati cancellati, questo è lunico che resta», racconta Susanna Guidotti, oggi funzionaria regionale, 35 anni fa autrice del bozzetto e segretaria diciannovenne della "Brigata Rodolfo Boschi" a Grassina. I ragazzi della Fgci erano richiestissimi, si erano specializzati in uno stile particolare. Lavevano imparato grazie alle dritte di Julio Paves e Enrique Tavilo, due rifugiati politici fuggiti dal regime di Pinochet. «Ci raccontarono delle Brigadas de pintores che al tempo di Allende avevano espresso i loro ideali politici con i murales. Noi usammo i loro simboli per rappresentare le lotte operaie, il 25 Aprile e la Liberazione». Ma fu anche il primo atto di superamento del pianeta San Salvi, fino ad allora un satellite della normalità pieno di inquietudini e fantasmi.