Lifting al contrario e niente più protesi per l'antica statua esposta al Museo nazionale romano delle Terme di Diocleziano Marte senza il suo «membrum virilis» (foto Vincenzo Livieri - Toiati) ROMA - Marte ri-perde il suo «membrum virilis» ma riconquista il suo antico splendore. Niente più protesi posticce per l'antica statua di Marte e Venere. Via il pene per il dio della guerra, insieme alla mano destra, allo scudo e all'elsa della spada. E via entrambe le mani per la dea della bellezza. Il celebre capolavoro del 175 d.C., rinvenuto nel 1918 a Ostia, ha eliminato i «trucchi», è stato «de-restaurato», per usare un termine tecnico, ed è tornato alla sua originaria «imperfetta» bellezza. LA STORIA La prima volta che un lifting al contrario rende giustizia all'opera. Il monumentale gruppo scultoreo in marmo bianco, visibile oggi al centro dell'Aula X del Museo nazionale romano delle Terme di Diocleziano, era diventato un «caso» di restauro di ricostruzione di parti mancanti. Una storia che fece il giro mediatico del mondo, con tanto di siparietto comico di Luciana Littizzetto. Nel 2010, infatti, in trasferta forzata per due anni e mezzo a Palazzo Chigi, richiesto dall'allora premier Silvio Berlusconi, il gruppo statuario (che presentava delle lacune) venne ritoccato per espressa volontà dell'ex presidente del Consiglio, con l'aggiunta delle parti mancanti. E soprattutto di quel pene perduto che suonava indecoroso per un dio come Marte. Un restyling che all'epoca sembra essere costato circa 70mila euro. La statua, che ritrae in versione marziale l'imperatore Marco Aurelio con la consorte Faustina (anche se alcune ipotesi spingono per interpretarvi il ritratto dell'imperatrice consorte con il suo giovane amante), era rientrata già a maggio del 2012 alle Terme di Diocleziano, con un trasporto pagato direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Una volta tornato a casa, la direttrice del museo Rosanna Friggeri avviò subito una consulta per decidere come intervenire sulla statua, in sinergia con il Ministero per i beni culturali e l'Istituto superiore per la conservazione e restauro. E' stata una commissione ministeriale, formata da cinque personalità tecniche, a scegliere l'operazione finale di rimozioni delle protesi. E' il direttore tecnico dei lavori Giovanna Bandini a fare chiarezza su tutta la vicenda: «L'operazione di reintegro nasce come sperimentazione. L'intento era di verificare la fattibilità di effettuare applicazioni impostate su principi di reversibilità, senza che intaccassero minimamente le parti originali. E in questo senso, la sperimentazione è perfettamente riuscita», ci tiene a sottolineare la Bandini. Una garanzia di reversibilità mantenuta anche perché in poco tempo le protesi sono state rimosse senza traumi per l'originale. «Sperimentazione riuscita, ma comunque sconsigliabile», precisa la storica dell'arte. «Abbiamo deciso all'unanimità di asportare le ricostruzioni perché non corrispondono ai principi teorici della nostra scuola di restauro impostata sulla lezione di Cesare Brandi, basata sulla riproposizione di ciò che la nostra storia ci ha tramandato». Quando, tre anni fa, la richiesta di reintegro arrivò all'allora soprintendente Giuseppe Proietti, i restauratori fecero di necessità virtù: «Cogliemmo l'occasione per sperimentare in ambito archeologico ciò che era stato già sperimentato in storia dell'arte», ricorda la Bandini. Negli anni '80 il fiorentino Opificio delle Pietre Dure ricostruì le parti mancanti (distrutte nel '78) del «Battesimo di Cristo» di Andrea Sansovino. Reintegrazioni in vetroresina applicate mediante magneti. Un precedente che ha ispirato il sistema di protesi per Marte e Venere: «Sulla base di una complessa ricerca filologica, abbiamo predisposto ricostruzioni in solfati di calcio e resina - dice la Bandini - E oggi la commissione ha deliberato che la sperimentazione è riuscita. E pertanto è rimovibile». Anche perché il principio che a volte sfugge, per dirla con la Bandini, è che «vetustà equivale a venustà».