Il ministro Ornaghi scrive per ringraziare l'operato dei dipendenti e conferma: «La sede resta qui, è anche merito vostro» IL MINISTRO ORNAGHI Al termine degli interventi necessari questa resterà la storica sede. Il personale è impegnato a verificare i tempi di esecuzione i dipendenti della bup Se ci fossimo dispersi e avessimo chiesto il trasferimento forse qui non si sarebbe potuto più riaprire Ne siamo orgogliosi PISA Il ministro dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, scrive una lettera alla Funzione pubblica della Cgil per riconoscere l'impegno dei lavoratori della Biblioteca universitaria (la Bup, che fino al 29 maggio scorso era dentro la Sapienza) e per «sottolineare che questo Ministero intende, d'accordo con l'Università di Pisa, confermare l'attuale storica sede al termine degli interventi che si renderanno necessari». Datata 21 marzo, è arrivata lunedì sera; così ieri è stato il giorno dell'«orgoglio» tra i 34 lavoratori della Bup, dopo i mesi di «disagi: potevamo chiedere il trasferimento a Lucca, Firenze o altrove; invece siamo rimasti qui perché crediamo nell'istituzione "biblioteca" che, se ci fossimo dispersi, non si sarebbe più potuta riaprire». Le parole di Ornaghi. «Questo ministero» si impegna, non solo il suo titolare: la precisazione è importante, perché il governo Monti è dimissionario e sarebbe facile promettere sapendo di andare via; mentre l'azione abbraccia tutta la struttura e vale quindi anche per il futuro. Ma il capo del Mibac, ministero dei Beni culturali, riserva le parole più belle, proprio al «personale della biblioteca, impegnato a verificare che i tempi di esecuzione dei rilievi in corso si svolgano nel rispetto di quanto predisposto dal cronoprogramma dei lavori e dall'organizzazione interna a tutela del patrimonio librario». Una responsabilità non formale, visto che lo stesso «personale, seguendo il protocollo di accesso al Palazzo della Sapienza stabilito con i responsabili dell'Università, controlla quotidianamente l'areazione dei locali e l'efficienza degli impianti antincendio e antintrusione, che non sono mai stati disattivati e per i quali sono stati rinnovati tutti i contratti di manutenzione». Giova ricordare che l'immobile è di proprietà dell'Ateneo dal 2002 e che gli oltre 600mila volumi della Bup sono sotto la tutela del Mibac. Il bilancio di un anno. Ieri i 34 lavoratori hanno ricostruito quanto è successo da quel 29 maggio, giorno dell'ordinanza sindacale di chiusura per carenze strutturali: gli inizi «difficili in una stanza definita "caffetteria", all'interno di palazzo Reale; e dal 18 luglio siamo in via Santa Maria 5, per concessione della Soprintendenza». Un ufficio più che un vero punto di consultazione: eppure è stato «fondamentale cercare di mantenere le funzioni essenziali e i rapporti con il pubblico», rivendicano in coro. Certo, qualche utente si è perso per strada: alcuni studiosi che frequentavano la Bup si sono trasferiti all'estero, chiedendo nuovi ambiti di ricerca. E il personale stesso ha avuto la "tentazione", come ricorda Vanna Gidaro: «Abbiamo perso molti soldi, per esempio la voce "salario accessorio" di circa 130 euro al mese; non c'è più da quando non siamo aperti 11 ore al giorno, ma abbiamo un turno unico stabilito dalla Soprintendenza. Ognuno avrebbe potuto pensare per sé». E aggiunge Agata Abbate: «Nessuno ci obbligava a restare». Ma a prevalere è stata la forza del gruppo e la fiducia nel progetto Biblioteca universitaria: «Abbiamo cercato di fare il massimo per mantenerla in vita e per rimanere uniti». I "danni" ci sono: sono stati disdetti tutti gli abbonamenti ai periodici; non si programmano più attività come mostre e presentazioni di libri; e i testi che continuano ad arrivare (ogni titolo pubblicato in Provincia finisce in doppia copia alla Bup, unico archivio completo dell'editoria nel territorio) sono catalogati, ma collocati in un magazzino provvisorio. Il plauso del sindacato. Miro Berretta (Funzione pubblica Cgil) loda la «scelta coraggiosa e rischiosa di restare, in tempi di crisi e di esuberi. I lavoratori hanno fatto molto più di quello che è lecito aspettarsi da loro e non sarebbero stati biasimevoli se avessero preferito soluzioni più sicure. Ora dai ministeri ci attendiamo tempi e impegni adeguati».