Una barriera invisibile separa la Firenze del passato (il centro) dalle possibili incubatrici di futuro, l'altra città, culturalmente (e non solo) abbandonata a se stessa. Appena qualcosa esce dalla cerchia dei viali sembra uscire dai radar della città: l'università, a Firenze, non ha mai contato molto, ma da quando una parte consistente delle facoltà si è trasferita nei quartieri periferici di Novoli e Sesto, è diventata ancora più irrilevante. Eppure basterebbe poco. Basterebbe un'idea. Il Louvre ha appena aperto una sede a Lens, nel nord della Francia, sul sito di una vecchia miniera di carbone: una «folle scommessa», l'ha definita François Hollande nel dicembre 2012. Ma una scommessa carica di futuro, con una visione che lega il patrimonio artistico non al marketing passivo della rendita turistica, ma al riscatto sociale e civile di un territorio depresso economicamente e culturalmente. Il policentrismo italiano renderebbe ovviamente assurdo portare gli Uffizi a Scampia. Ma non sarebbe assurdo portare gli Uffizi in una delle periferie più estreme di Firenze. La malintesa voglia di modernizzare Firenze ha spinto a dare una pennellata di contemporaneità agli Uffizi indicendo un concorso internazionale per una uscita monumentale che ha visto vittorioso Arata Isozaki con un progetto che è eufemistico definire deludente. Ma invece di impiegare decenni per mettere alla fabbrica vasariana un disdicevole cappello, si sarebbe potuto (e si potrebbe) commissionare ad un grande architetto contemporaneo un nuovo e grande museo in cui esporre permanentemente una parte delle opere degli Uffizi: quelle dei depositi, ma anche alcune di quelle esposte (per esempio quelle entrate nel corso dell'Ottocento). In un'epoca in cui il noleggio ad ore in tutto il mondo sembra l'unico destino delle opere d'arte dei musei fiorentini sarebbe rivoluzionario sdoppiare il museo nella stessa città, affidando a questi secondi Uffizi una missione letteralmente civica, cioè di costruzione della città e dei cittadini. Un museo del genere potrebbe essere tutto quello che gli Uffizi non potranno mai essere a casa della loro storia, e della superba architettura vasariana che li contiene. Potrebbe avere un grande auditorium e veri ristoranti, potrebbe avere una parte interamente dedicata ai bambini, e accogliere concerti. Potrebbe avere, più banalmente, un grande parcheggio, e prevedere l'ingresso gratuito dei fiorentini. Potrebbe essere un museo per i cittadini, per la loro vita quotidiana e per il loro futuro: non una «macchina da soldi» per turisti. Si tratta solo di una delle mille, possibili idee per rimettere in connessione il patrimonio e la città, e soprattutto per collegare il patrimonio non al passato, e al suo sciacallaggio, ma alla costruzione del futuro. Ma a Firenze il futuro è oggetto di una rimozione collettiva: come si è compreso, clamorosamente, durante il dibattito sulla moschea. Nel settembre 2010 l'imam fiorentino Izzedin Elzir presentò un progetto per una moschea (che a Firenze non esiste: si prega nei garages). Guardandolo, è impossibile non pensare ad una pagina dei Minima moralia di Adorno: «accade spesso di notare in studenti neri di economia politica, siamesi che frequentano l'università di Oxford la tendenza e la disposizione ad associare all'appropriazione di ciò che si apprende via via, e cioè del nuovo, un rispetto eccessivo per tutto ciò che è consacrato, valido, e riconosciuto. Bisogna avere la tradizione dentro di sé per poterla odiare veramente, e fino in fondo». Il progetto, infatti, è una versione postmoderna e superkitsch della facciata albertiana di Santa Maria Novella, fiancheggiata da due minareti che sembrano riduzioni romaniche del Campanile di Giotto. Insomma, sembra di essere nell'imbarazzante Outlet di Barberino del Mugello, che è una specie di Las Vegas dell'architettura storica fiorentina, o meglio una sublimazione della percezione attuale del centro storico di Firenze. E se il movente è abbracciare e far proprio ciò che è «consacrato, valido, e riconosciuto», a Firenze non si può che pensare ad una moschea neo-rinascimentale. Ma la comunità islamica non aveva messo nel conto le dimensioni monumentali del progetto: e la levata di scudi fu unanime. L'arcivescovo Betori (il quale, semplicemente, avrebbe dovuto tacere, visto che l'imam non si occupa della costruzione di nuove chiese) sillabò che sarebbe stato meglio non pensare ad una grande moschea, ma a tanti piccoli luoghi di preghiera, possibilmente senza minareto: insomma, l'importante è che l'Islam a Firenze non sia visibile. Assai più mediatico, ovviamente, il sindaco Renzi, che dopo la petizione di principio politically correct («È giusto che a Firenze la moschea possa essere fatta: un luogo in cui si prega non può far paura»), mise subito le mani avanti: «al momento non c'è un progetto, non c'è un'ipotesi di lavoro». E soprattutto: «Non vedo spazi nel centro storico di Firenze per farla, in questo momento». Ecco il punto: in centro, no. A Firenze conta solo quello: e quello è intoccabile. O meglio: ci si possono fare speculazioni edilizie, si possono espellere le librerie o costruire facciate michelangiolesche. Tutto quello che è funzionale alla servitù del turismo e alla rendita del passato. Dunque non la moschea, pericolosamente carica di futuro: ed ecco il morto che prende il vivo, e lo trascina con sé.