Gli scavi «da manuale» degli anni '80 e '90 sono un lontano ricordo Scavi modello Garda. Affonda le sue radici nell'area benacense la nuova frontiera della ricerca archeologica bresciana sul Medioevo, grazie alla sperimentazione avvenuta negli anni scorsi in siti medievali quali il Monte Castello di Gaino, San Pietro in Oliveto a Limone, San Pietro a Gardola di Tignale. La prosecuzione è avvenuta nel basso Trentino attraverso un progetto (Apsat) finanziato dalla Provincia Autonoma. «Analizziamo il paesaggio come contenitore di elementi costruiti dall'uomo: strade, sistemi di irrigazione, campi coltivati, insediamenti, fortificazioni, luoghi di culto» spiega Gian Pietro Brogiolo, gardesano pure lui e ordinario di Archeologia Medievale all'Università di Padova. Il nuovo complesso sistema di indagine rappresenta una sorta di «rivincita» della periferia, grazie alla scelta di aree circoscritte perlopiù collinari e montane, certamente più integre rispetto alla pianura, ampiamente manomessa dalle profonde arature. Questa archeologia della complessità (la definizione è di Brogiolo) spiega il territorio attraverso la relazione tra le persone e l'ambiente: difesa, sfruttamento delle risorse, costruzione di elementi simbolici quali chiese e templi. Tracce di attività e insediamenti antropici in questi territori spesso coperti da bosco sono identificate attraverso il LiDAR, che rileva il terreno con il laser scanner senza che la vegetazione impedisca l'individuazione di aree umide (canali o rigagnoli) o secche (muri) sotto la crosta della terra. L'ultima indagine riguarda un'area trentina appoggiata alla nostra provincia: il Sommolago, oggetto di ricerche sistematiche interdisciplinari. E da noi? Siamo fermi al palo o quasi. Basta citare il recente esempio a San Lorenzo di Desenzano, dove il proprietario ha venduto il terreno in cui era in atto uno scavo archeologico, senza neppure pagare chi vi aveva lavorato. Ora il sito è abbandonato e la ricerca interrotta. Possiamo sempre consolarci con i ricordi, tanti e belli, legati a decine di scavi del passato e soprattutto con quello specifico modo di «fare archeologia» che aveva portato Brescia a fare scuola negli anni '80 del '900. Fino ad allora, gli scavi erano effettuati da operai edili con pala e piccone, che si fermavano solo davanti ad un muro, senza attenzione per reperti in legno o resti di ossa. Poi, 40 anni fa, vari siti attraggono gli inglesi Lawrence Barfield e Martin Carver: Riparo Valentesi, Monte Covolo, Pieve di Manerba, Castelseprio (Varese). Vi sono utilizzati studenti e laureati, armati di cazzuola e con occhi bene aperti. Un apporto lo dà l'Enaip di Botticino, con un corso per operatori archeologici. I giovani vengono messi subito all'opera a Idro, nel 1980, per scavare in estensione, grazie all'organizzazione dell'Asar, un villaggio romano: è la prima volta ed è rimasto l'unico nel Settentrione. Il «modello inglese» completa la «rivoluzione» con lo scavo di Santa Giulia, guidato in buona parte da Brogiolo tra gli anni '80 e '90. Si procede strato per strato riconoscendo tutte le attività che vi hanno trovato ospitalità, incluse quelle povere: buchi delle capanne in legno o piani d'uso della terra battuta. In questo modo Brescia torna al centro dell'attenzione europea: viene messa in luce una serie di domus romane nonché l'insediamento di una ventina di nuclei familiari longobardi (seconda metà del VI secolo) in capanne e case povere, ricavate all'interno delle domus. L'area è quella attigua a Santa Giulia ed è pertinente alla corte regia longobarda. Del monastero, costruito e fondato da Astolfo e Desiderio, sono riconosciute varie fasi con edifici, strutture e sepolture. Su questi scavi si basa la mostra «Il futuro dei longobardi», nel Duemila. Parallele le indagini in via Alberto Mario ed altre condotte dalla Soprintendenza al Capitolium, con ritrovamento di strutture del primo secolo avanti Cristo relative al tempio repubblicano. Quindi la scoperta che il «Teatro» venne chiuso alla fine del IV secolo. La struttura, peraltro, restò funzionale fino alla metà del VI secolo, per poi essere in parte smontata per produrre calce ed installarvi attività per ceramiche e forge per la lavorazione del ferro. Chiese e monasteri, insediamenti religiosi e villaggi, evoluzione di ville romane nell'alto medioevo, necropoli e fortificazioni: sono innumerevoli gli scavi effettuati dalla Soprintendenza archeologica in città e provincia, dal Garda alla Bassa e, conclude l'archeologo gardesano, «si può affermare che hanno fatto di Brescia una delle città meglio conosciute per il periodo del passaggio tra Età Romana e Alto Medioevo, nell'epoca tra il V e il X secolo dopo Cristo». Purtroppo, però, anche il futuro di questa nuova archeologia globale deve fare i conti con la disponibilità finanziaria limitata, che può fare ricorso a «qualche privato, qualche banca o qualche Comune. Andava meglio in passato. A Brescia è da ricordare l'azione della Fondazione della Comunità Bresciana e dell'Asar, Associazione Storico-Archeologica della Riviera del Garda».