Los Angeles Oriente e leggerezza. È sorprendente che questo sia il tema dominante di un'intervista con Renzo Piano nel giorno in cui il celebre architetto genovese presenta il suo nuovo progetto per il Los Angeles County Museum of Alt (Lacma). È singolare perché Oriente e leggerezza non sono immagini che noi associamo a Los Angeles: metropoli sconfinata, reticolato di autostrade dal deserto all'oceano, nonché capitale mondiale di quell'industria televisiva e cinematografica che ci americanizza, il centro di produzione delle immagini e dei miti che formano la cultura di massa contemporanea. Renzo Piano la vede diversamente: Los Angeles è una di quelle "porte sul Pacifico" su cui vuole lasciare la sua impronta. Dopo Tokyo, Osaka, Nouméa, Sidney e San Francisco, questa è la sua sesta opera che si situa sul Pacific Rim: cioè l'area che unisce la West Coast americana e l'Estremo Oriente, il nuovo centro geoeconomico del mondo. Ieri dunque il progetto del Lacma è diventato pubblico, e in uno degli edifici pre-esistenti del museo è stata inaugurata una mostra dedicata alla carriera dell'architetto («On tour con Renzo Piano»). A giugno si apre il cantiere e tutto sarà pronto in tempi record, entro il 2007. È un'opera da 156 milioni di dollari, versati per il 95 per cento da mecenati privati tra cui il filantropo EliBroad («di fronte all'an-tiamericanismo viscerale di certi amici europei - osserva Piano - io ricordo sempre che questo paese ha tante facce, compresaun'energia incredibile, capace di imprese ammirevoli»). Los Angeles negli ultimi anni ha attirato grandi nomi dell'architettura mondiale: Richard Meyer per il nuovo Getty Museum appollaiato come un'Acropoli sulle colline a sud di Hollywood, Frank Gehry per l'Auditorium Disney, e ora Renzo Piano a cui è toccata la missione di reinventare "il" museo cittadino per eccellenza, un'istituzione creata negli anni Sessanta in quello che da allora è rimasto il centro virtuale della città, all'angolo tra Wilshire Boulevard e Fairfax. II suo progetto ha battuto quello dell'olandese Rem Kooihaas, che voleva radere al suolo la sede attuale del Lacma e creare tutto da zero. Alla fine è stata preferita la sua idea di rinnovare salvando quello che c'era. Ma cosa c'è da conservare a Los Angeles, nella città-senza-passato? «La mia è la vecchia idea europea e umanistica secondo cui il nuovo arricchisce e completa il vecchio, non lo nega. Nulla si distrugge, tutto si trasforma. Le nostre città europee si sono costruite sempre per sovrapposizioni. Los Angeles, la città diffusa, la città-territorio per eccellenza, emana delle vibrazioni, ha una sua intensità che merita di essere rispettata. È vero, il più antico edificio del Lac ma ha appena quarant' anni, ma oggi anche Los Angeles comincia a espandersi per stratificazioni, anziché distruggere». L'attuale Lacma comprende musei di arte asiatica, americana, europea. Lei aggiungerà un museo di arte contemporanea (po-st- 1945), un padiglione-piazza d'ingresso, un grande giardino, e perfino una strada pedonale che collegherà tutti gli edifici: quasi un'eresia a Los Angeles dove l'automobile è una protesi dell'abitante. Nei disegni preparatori lei ha osato affiancare il quartiere del Lacma alla struttura di Urbino e San Gimignano. «Perché le dimensioni sono identiche. Visitare il complesso del Lacma da un estremo all'altro è come percorrere in lunghezza tutta San Gimignano, dove naturalmente a ogni passo c'è una meravigliosa sorpresa. Ho movimentato il Lacma con strade, piazze, ponti, alberi, non per una ricerca romantica del mio passato, ma per ricreare la convivialità tipica dei luoghi pubblici, faccio sparire un intero auto-silos, sostituendolo con un parking sotterraneo, e lì sopra nascerà un "piccolo Central Park" lungo un chilometro, un nuovo modo per accogliere il pubblico che arriverà al museo attraversando il verde. È una soluzione in armonia con la California. La stessa Los Angeles, contrariamente ai pregiudizi, è una città-giardino ricca di una natura rigogliosa». C'è una vocazione ambientalista che unisce questo all'altro suo progetto californiano, il museo di scienze naturali di San Francisco: in uno Stato che spreca risorse energetiche per alimentare milioni di apparecchi d'aria condizionata, lei ha dichiarato guerra ai freddo artificiale. «A Los Angeles come a San Francisco ho studiato soluzioni per catturare i venti dell' oceano in modo da sostituire l'aria condizionata con la ventilazione naturale. E' un'idea che avevo già applicato a Nouméa, prendendola dalla tradizione del popolo kanako. E uno dei fili comuni che legano i miei progetti nel Pacific Rim. Una curiosità: sa che il museo di scienze naturali di San Francisco all'origine aveva sede nel Pacifico? Nella sua prima versione, alla fine dell'Ottocento, si trovava su una nave ancorata nel porto di San Francisco: ogni sei mesi partiva per esplorazioni marittime, per esempio alle isole Galapagos». L'aeroporto di Osaka a forma di aliante, la sede di Hermès a Tokio tutta di vetro, la torre di Sidney che gioca col vento, le strutture ovoidali in legno del centro culturale kanako in Nuova Caledonia, il museo di scienze naturali di San Francisco e ora il Lacma: che cosa unisce in effetti questi suoi progetti nella zona del Pacifico? «È il tema della leggerezza, che per me costituisce uno dei tratti delle culture fiorite sui bordi di questo oceano, dalla West Coast all'Estremo Oriente. La leggerezza all'origine ha anche una sua essenziale giustificazione pratica, perché queste zone sono tutte sismi-che. L'amore per l'effimero che caratterizza l'Oriente è anche il frutto di millenni impiegati a studiare le difese contro i terremoti. E contro i terremoti ci si difende con l'estrema flessibilità, o con l'eccesso opposto: la pesantezza indistruttibile e ingegnosa della Grande Muraglia cinese. L'esigenza pratica è diventata una filosofia estetica. La leggerezza emana dalle giunche cinesi, dagli aquiloni. La Califomia ne è stata contaminata profondamente, i suoi più grandi architetti come Richard Neutra e Charles Eames, hanno disegnato case meravigliose che sembrano fatte di aria. Il "pensiero leggero" della West Coast è anche la capacità di farsi penetrare da altre culture, l'apertura multietnica. Il Pacifico ha questo potere magico, trasforma tutte le coste che bagna». Il ruolo dell'effimero nella tradizione orientale è all'origine di una delusione che da sempre colpisce gli occidentali: civiltà millenarie come quelle cinese e giapponese hanno lasciato pochi monumenti veramente antichi, rispetto agli antichi egizi, ai greci e ai romani. «Ci sono modi diversi per catturare la bellezza, renderla durevole, salvarla dalla precarietà. Un modo è quello di scolpirla nella pietra ed è tipico delle civiltà occidentali. Un'altra soluzione richiede che l'atto che crea bellezza venga ripetuto per migliaia di anni. È questa la tradizione cinese, giapponese, ed ha una sua straordinaria fecondità. L'idea della durata non è legata alla pietra (che in effetti non è eterna), ma all'infinita ripetizione di un gesto. In Giappone c'è un tempio che viene ricostruito ogni vent'anni: il vero monumento è l'artigiano che lo fa. È un'idea di bellezza molto diversa dalla nostra, non meno sublime». Negli ultimi anni però nelle grandi metropoli asiatiche ha fatto irruzione un'estetica ben diversa da quella che descrive lei. Il Pacific Rim oggi è anche il teatro di un'invasione indiscriminata del cemento e dei grattacieli, un'americanizzazione urbanistica rozza e volgare. L'esempio estremo è Pechino, dove per i cantieri pubblici delle Olimpiadi del 2008 sono stati ingaggiati grandi architetti occidentali, con esiti controversi. Trai cinesi inizia a serpeggiare una reazione contro questa colonizzazione estetica. Qualcuno osa contestare le nuove costruzioni e si interroga su come salvare un'identità culturale, come evitare che le grandi città asiatiche diventino tutte delle repliche di Houston, Atlanta e Detroit. «Una modernizzazione a volte selvaggia e scomposta ha portato in Cina -e in altre zone dell'Asia - il peggio dell'Occidente, spesso assieme all'invasione delle nostre imprese multinazionali. L'aspirazione al progresso si è accoppiata a forme sfavillanti, sovraccariche, esagerate, un campionario di brutture che scimmiotta le più brutte fra le città americane. Mi addolora che la Cina prenda dall'Occidente la parte meno interessante, una pesantezza che non le appartiene. Forse è stato un passaggio inevitabile per la rapidità travolgente dello sviluppo economico. Ma è un delitto non guardarsi dentro, tradire le proprie radici». È per questo che lei non ha fatto nulla in Cina? «Finora ho avuto delle riserve. Però ho avuto anch'io dei segnali di quel ripensamento che lei descrive, a Pechino. Se ci sono le condizioni giuste, sono pronto a fare un'altra traversata del Pacifico».