Non è sempre facile comprendere l'arte ed è spesso difficile capire i meccanismi che regolano la finanza. Il mix tra queste realtà, spesso collocate su piani lontani, può causare cefalee. Il saggio di Emmanuele Emanuele Arte e Finanza (Esi, pagine 270, 31) è un analgesico: analizza, spiega, giunge a proporre. Tocca nel vivo quella parte della dotazione italiana che rappresenta una quota importante del patrimonio culturale del pianeta e che, con somma indifferenza, spesso ignoriamo. Talvolta politici frettolosi hanno rilanciato a parole il settore, ma la proposta di Emanuele va oltre, pone il problema al tempo della grande crisi e lo trasforma in possibile soluzione. Sono più di 1,4 milioni, secondo un'analisi volutamente «larga» dell'Istituto Tagliacarne, gli occupati nell'industria culturale italiana. E sarebbe doveroso pensare a questo bacino di competenze approfondite, che pubblico e privato dovrebbero considerare quando l'investimento in arte viene sistematicamente condotto ai margini della discussione, quasi fosse una fastidiosa appendice, mai una risorsa strategica. Da quando, nel 1947, Theodor Adorno e Max Horkheimer iniziarono a parlare di industria culturale, lo studente italiano è spesso risultato assente alle lezioni e così il più dotato della classe è finito con frequenza dietro la lavagna, superato nel rendimento da chi ha mostrato impegno, capacità di investire e di applicare modelli economici anche alla visione di massa di un quadro o di una statua. All'estero hanno saputo togliere la polvere dai musei e hanno dimostrato che la teoria della dipendenza razionale declinata negli aspetti che determinano l'insieme del valore culturale (estetico, spirituale, sociale, storico, simbolico e di autenticità), è capace di produrre ritorni economicamente interessanti non solo per il singolo persona o organizzazione , ma anche per l'intero ambiente sociale in cui si inserisce, creando ricchezza e occupazione. Arte e finanza sono due mondi apparentemente lontani, ma i valori intrinseci del primo, combinati agli strumenti offerti dal secondo, forniscono la chiave per sopravvivere in un mondo dominato dalle logiche del profitto. Teoria e pratica: dal mondo delle sponsorizzazioni agli equilibri di bilancio di una compagnia teatrale, con incursioni nel controllo dei conti, senza prescindere mai dall'analisi di Gary Becker sulla centralità del capitale umano. Il mecenatismo come elemento particolare, quasi straordinario, in un settore che deve invece trovare da sé la ragione anche economica della propria esistenza. Emanuele voce singolare nel mondo del credito italiano, avvocato cassazionista, presidente della Fondazione Roma nel suo lavoro tocca non solo la dottrina dell'analisi tra costi e benefici di un bilancio museale, ma propone un modello di possibile sviluppo legato alle intersezioni, già realizzabili, con il mondo della finanza e delle assicurazioni in particolare. Critico osservatore della realtà, a cui dedica la puntuta introduzione al volume in chiave antieuropeista, Emanuele svela il suo progetto: «Senza una solida base economica l'arte non può esistere e senza creatività l'economia non può svilupparsi». Lo intuì già papa Martino V di ritorno dal Concilio di Costanza, era il 1420. Un suggerimento che dovrebbe essere colto anche oggi, nel pieno di un'asfissiante «atarassia culturale».