Pannelli, nuova illuminazione, didascalie: si rinnova l'allestimento del Museo archeologico di Palazzo Varisano ad Enna per rendere più fruibili i ritrovamenti di Pergusa La scorsa estate al Museo Archeologico di Palazzo Varisano, Enna, è stata in mostra una selezione del tesoro della Chiesa Madre, normalmente non visibile neanche ai fedeli ennesi. La mostra è stata ospitata in una delle sale del Museo, usando provvisoriamente le vetrine dell'esposizione permanente. Il riallestimento delle vetrine è stato occasione per un maquillage. Sotto la guida di Francesco Santalucia, direttore responsabile del Servizio Museo, si sta approfittando dell'occasione per rimettere mano in un allestimento museale che non veniva più toccato dal momento dell'inaugurazione, nel 1984. L'esposizione riguardava i ritrovamenti dalle colline attorno a Pergusa; lo stesso continua a essere il tema e il percorso di visita (tanto che si stanno continuando a usare gli stessi pannelli didascalici). Si sta intervenendo sul modo di esporre, per migliorare la fruizione, per consentire una migliore lettura degli oggetti e dei contesti. Si è modificato il sistema di illuminazione delle vetrine (le tecnologie invecchiano). Lavorando nel museo regolarmente aperto al pubblico, si sta intervenendo sulla disposizione degli oggetti in vetrina, a volte anche diradando qualcosa, per consentire una visione più immediata. Si parla tanto di "tirare fuori i tesori dai magazzini dei nostri musei"; paradossalmente a volte è vero il contrario: esagerando un po' per chiarire, è evidente che una vetrina stipata come una scaffalatura da magazzino con i vetri, magari con oggetti ad altezze non esattamente compatibili con l'occhio del visitatore, non è esattamente il massimo. Isolare un oggetto, o un gruppo di oggetti, consente di far fluire meglio il discorso. Si stanno introducendo didascalie che fanno seguire il filo del discorso; ma anche immagini, per comunicare con immediatezza concetti e sensazioni. Gli oggetti frammentari non sono immediatamente percepibili ai non addetti: un'immagine aiuta a riconoscere l'oggetto e a inquadrarne la funzione. Qualche ricostruzione può essere di aiuto: ad esempio una fuseruola di terracotta non è immediatamente riconoscibile da parte del visitatore, ma lo diventa se si monta su una cannuccia e si mette sullo sfondo un'immagine d'epoca riguardante filatura e tessitura. Punte di freccia in bronzo, ognuna grande appena un paio di centimetri, sono il solo indicatore archeologico, tutto quello che rimane; ma possono andare in vetrina con la ricostruzione di arco e freccia. Frammenti di sontuosi vasi da banchetto sono oggetti belli di per sé; ma la fruibilità migliora se un'immagine d'epoca con scena di banchetto e una citazione di Omero fanno da sfondo. Presentare i rinvenimenti dalle colline attorno a Pergusa significa dare uno spaccato di questi abitati siculi di età arcaica, che si vanno trasformando sotto l'impatto delle colonie greche: una serie di indicatori archeologici fa pensare a una società in sviluppo, che si va stratificando in senso gentilizio. Si va consolidando il potere di gruppi di guerrieri, in contatto con l'elemento greco. Lungo il percorso di visita, due piccoli ambienti ospiteranno presto ricostruzioni con oggetti archeologici disposti in modo da dare l'idea di scene di vita e di quei riti funerari che sono spesso la nostra principale fonte di conoscenza per ideologie e rapporti sociali. Ma si sta anche lavorando per ricavare spazi per esposizioni, anche temporanee, a rotazione, su temi particolari o per oggetti di particolare interesse. Ad esempio, un cratere attico a figure rosse con scena di saluto del guerriero e scena di palestra, un oggetto veramente notevole, è sempre stato esposto nel Museo, in una vetrina la cui posizione non consente di girargli attorno e vedere le due scene figurate. Merita certo un ruolo diverso nell'esposizione. Non solo ha diritto ad uno spazio espositivo che possa adeguatamente valorizzarlo, ma si spera di poterlo sottoporre a un lavoro di restauro che possa consentire un allestimento veramente degno. Il restauro antiquario al quale è stato sottoposto in passato, forse prima di essere acquisito al Museo, ha tra l'altro compromesso la lettura delle scene figurate: la ricomposizione non perfetta dei frammenti e la tecnica di integrazione (normali in quel tipo di restauri) ha modificato l'equilibrio delle scene figurate. Tra l'altro non si tratta del solo restauro subito in passato dall'oggetto. Il vaso deve essersi rotto già in antico, ma evidentemente lo consideravano un oggetto prezioso e si provvide a ripararlo: sono rimasti ben evidenti i fori per una riparazione con grappe di piombo. Il cratere si data qualche decennio prima di Ducezio; non conosciamo il contesto di provenienza, ma è facile pensare che avrà avuto il posto d'onore nei banchetti di un guerriero siculo ormai profondamente imbevuto di cultura greca, prima di essere deposto nella sua tomba. Le scene figurate sono molto indicative per capire l'immagine che il proprietario voleva dare di sé: in una, un oplita saluta una donna che ha in mano una fiale e una brocca per fare una libagione, alla presenza di un uomo che, per il mantello che indossa e il bastone al quale si appoggia, è caratterizzato come un cittadino; nell'altra, un personaggio caratterizzato dall'abbigliamento del cittadino, si staglia tra due atleti impegnati in attività diverse. In due scene è sintetizzata l'attività di un cittadino-soldato di cultura greca. 23032013