In cura anche tesori «alluvionati» in Liguria Il posto dove s'impara l'arte di curare l'arte sta in cima a un colle che guarda dall'alto le cave di Botticino. E non dev'essere un caso: lì sotto staccano dalla roccia i pezzi per farne capolavori; qui sopra t'insegnano come rimettere assieme i capolavori in pezzi. «Sì, in effetti siamo una specie di pronto soccorso scherza Maria Teresa Previdi, direttrice della Scuola regionale Enaip per la valorizzazione dei beni culturali, aperta nel 1974 a San Gallo di Botticino, nel trecentesco ex monastero della Santissima Trinità . Tant'è che le opere d'arte su cui far lavorare i nostri ragazzi le scegliamo non tanto in base al valore artistico, ma al livello di danneggiamento: peggio sono messe, meglio è per noi». Giusto per capirci: negli ultimi mesi, quassù sono arrivate diverse opere delle chiese liguri danneggiate dall'alluvione di ottobre 2001 fra Cinque Terre e Val di Vara. Tipo la Madonna con bambino e Sant'Antonio appoggiata alla parete di uno dei laboratori: «Viene dalla parrocchiale di San Giovanni, a Monterosso spiega Elisabetta Arrighetti, coordinatrice dei corsi di restauro ed era coperta di fango fino a metà altezza». Ma non di soli dipinti su tela si occupano gli ottanta ragazzi (in verità, in maggioranza ragazze) della scuola post-diploma di Botticino. La lista degli altri settori di specializzazione è lunga: sculture lignee e dipinti su tavola; dipinti murali e materiali lapidei (cioè statue, sculture e affini); arazzi e tessili antichi; carta e libri; opere polimateriche contemporanee. Insomma, chi esce di qui è in grado di ridare lustro a qualsiasi tesoro, dal Colosseo a un'installazione inceppata di Anish Kapoor. E, di ragazzi, da qui ne sono usciti tanti. Oltre 500 restauratori e quasi 400 tecnici del restauro, con studenti arrivati anche da Grecia, Stati Uniti, ex Yugoslavia e persino Nuova Zelanda. In quasi quarant'anni di attività, gli allievi di Botticino hanno restaurato più di 1.100 beni mobili (in gran parte patrimonio ecclesiastico) e una quarantina di edifici e beni immobili. Uno degli ultimi cantieri è stata la cappella di Santa Maria Bambina, nella chiesa del Buon Pastore a Brescia. «Lì spiegano la Previdi e la Arrighetti i nostri allievi non solo hanno potuto lavorare con tempi da cantiere e su materiali di diverso tipo, dalle superfici lignee dell'altare alle vesti delle statue. Ma hanno avuto modo di toccare con mano le opportunità offerte dalla scuola, visto che i titolari delle aziende incaricate del restauro erano quasi tutti usciti da qui». Il 15 febbraio, oltretutto, è arrivata una graditissima notizia: il sì all'accreditamento per attivare il corso quinquennale per restauratore di beni culturali. «È equiparato alla laurea magistrale spiega Maria Teresa Previdi e siamo per ora l'unica scuola professionale in Italia accreditata. Negli altri casi, pochi peraltro, si tratta di università o di accademie. La speranza è che il corso possa partire già con il prossimo anno scolastico. Vedremo». Ma cosa ci vuole per fare un buon restauratore? «Servono senz'altro conoscenze di storia dell'arte, ma non solo. Qui facciamo lezioni di fisica, chimica, biologia, tecnologia dei materiali. Bisogna conoscere gli insetti che danneggiano il legno o la carta, i guasti che provocano le muffe, i muschi e i licheni che attaccano la pietra. È davvero un po' come in un ospedale: anamnesi, diagnosi e cura». E, come per la salute degli umani, anche per quella delle opere d'arte prevenire è meglio che curare: «Spesso i project work, cioè le tesine di fine corso, dei nostri studenti si concludono con i consigli per i parroci o le amministrazioni proprietarie sulla manutenzione o il ritocco delle opere restaurate». Suggerimenti da tenere bene a mente anche per la più prestigiosa opera (almeno per i bresciani) al momento affidata alle cure dei ragazzi di Botticino: lo Stendardo della Mercanzia, un lungo drappo rosso con l'immagine dipinta dei santi Faustino e Giovita, patroni della città, che Sante Cattaneo avrebbe realizzato attorno al 1775. Era stato ritrovato quasi per caso, un paio di anni fa, in una soffitta dei Civici Musei. Piuttosto malconcio. Ma, nel laboratorio arazzi e tessili antichi, diretto da Elisabetta Boanini, sta risorgendo a nuova vita: «Contiamo di poterlo finire entro fine anno, in modo da poterlo esporre in chiesa per la festa patronale del 2014». Piccola annotazione finale: nella stanza di fianco a quella dello Stendardo della Mercanzia capita che s'incrocino, in attesa d'intervento, un piviale d'una chiesa ligure, parati liturgici della sinagoga di Livorno, mappah ebraiche del Magreb e bandiere ottomane. «L'arte dice Elisabetta Boanini con un sorriso supera tutte le barriere». Il restauro, anche qualcuna in più.