Dopo il sisma dell'aprile 2009, la Deputazione di storia patria per gli Abruzzi promosse un incontro per riorganizzare gli enti culturali. Si tenne il 25 luglio di quell'anno, nel sobborgo aquilano di Bazzano. Tra i molti, emerse il tema della necessità di un richiamo forte ai valori che rischiavano di disperdersi: non solo monumenti, patrimoni artistici, bibliografici e archivistici, ma anche tradizioni che per secoli avevano accompagnato la vita di intere popolazioni. Tra esse fu posta in primo piano la celebrazione annuale, a L'Aquila, della Perdonanza. Tale manifestazione risale al 1294, allorché diventò Papa l'eremita Pietro del Morrone, ovvero Celestino V. Gli scontri tra le parti trovarono requie scegliendo questo religioso umile. La sua elezione, avvenuta a Perugia, fu seguita il 29 agosto di quel 1294 dall'incoronazione a L'Aquila, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio. Il nuovo Pontefice istituì, con una bolla del 29 settembre, la Perdonanza. La quale, come suggerisce il nome, prevedeva il perdono divino e desiderava essere ancor più un'esortazione al buon comportamento; era, in particolare, un invito a riconciliarsi. Riguardava sia le singole persone che intere comunità. Paolo Golinelli nel suo saggio Celestino V il Papa contadino (Mursia 2007) dedica un intero capitolo alla Perdonanza e, tra l'altro, sottolinea che questo atto «faceva dell'Aquila una Roma del giubileo per un giorno all'anno e si ricordi che il primo giubileo non c'era ancora stato...». Un richiamo forte: «A chi si fosse recato nella basilica di Collemaggio il 29 agosto, devotamente pentito dei suoi peccati, sarebbe stata concessa l'indulgenza plenaria». Diventò subito qualcosa che offrì un'identità e diede linfa spirituale alle popolazioni del luogo. Al di là del significato delle origini e del valore acquisito, è divenuta nei secoli l'occasione per un incontro di persone provenienti da ogni parte del mondo. Insomma, qualcosa che trascende il contesto locale. Legata a un Pontefice che continua a essere attuale (il dibattito su di lui non si chiude, anche se fu avviato dai giudizi di due massimi testimoni della cultura italiana del tempo, Dante e Petrarca), la Perdonanza si è trasformata nell'espressione dell'intera società abruzzese. Francesco Sabatini, linguista che ha diretto l'Accademia della Crusca e professore emerito all'Università di Roma, è presidente del comitato che ha promosso un'iniziativa per tale manifestazione. La riassumiamo con le sue parole: «Chiedo all'Unesco il riconoscimento di questa tradizione come un bene immateriale da inserire nel patrimonio culturale dell'umanità». D'altra parte, la vicenda di Celestino V si sta riscoprendo dopo la rinuncia di papa Ratzinger. Il gesto che lo rese noto non è più medievale. Sabatini aggiunge: «La sua storia ha lasciato valori che sono tenuti in vita dalla popolazione abruzzese e condivisi in molte parti del mondo. E a essi se ne possono aggiungere altri intrinseci, quali l'umiltà e la riconciliazione tra le fazioni». La figura di papa Celestino V è diventata simbolo della spiritualità, religiosa e laica, della popolazione abruzzese (lo testimonia Ignazio Silone nell'Avventura di un povero cristiano) e resta un fattore di forte identità per essa. Il rendersi testimone di un principio come quello del perdono, condiviso da gran parte delle fedi religiose presenti sulla Terra, rende poi la figura del Pontefice che non se la sentì di restare sul trono di Pietro particolarmente vicina a noi. Bonifacio VIII, il Papa che stava sullo stomaco a Dante e che impose la cattività a Celestino V per il resto della sua vita, abolì quasi subito la Perdonanza. Fu la popolazione che continuò a farla vivere, non obbedendo all'ordine giunto da Roma. E, così facendo, qualche anima in più riuscì a lucrare l'indulgenza e a guadagnare il soggiorno in paradiso.