MILANO Ad Andrea Kerbaker, amministratore delegato di Progetto Italia (società del gruppo Telecom) e scrittore che nei libri fa parlare gli oggetti («Diecimila. Autobiografia di un libro», «Settanta. Autobiografia di un film»), piace far parlare anche i numeri. E dall'alto dei numeri di spettatori che fanno i suoi Sermonti e i suoi filosofi in giro per l'Italia, difende anche le mostre dalle grandi cifre. Cosa ne pensa delle esposizioni da 100 mila visitatori in su? «Sono incondizionatamente favorevole ai grandi numeri e non condivido le critiche che vengono mosse, purché ci sia scientificità nella mostra e una ricerca, come mi sembra sia il caso delle esposizioni che si svolgono a Brescia. Se la qualità è alta, una più alta affluenza garantisce un buon risultato, e non vedo rischi. Non mi spaventa il grande numero». Il grande numero è un fenomeno positivo? Conta più la doxa della critica? «Non ne farei l'unico obiettivo di una iniziativa culturale. Ma la maggior partecipazione di pubblico che si registra in Italia per le letture di libri, i festival letterari e le mostre d'arte è un fenomeno positivo ed è un fenomeno aggregativo di massa». C'è chi denuncia che sono operazioni di marketing... «Non c'è nulla di male nel marketing della cultura. Solo se ci fosse un impoverimento o sciatteria scientifica sarebbe un problema. Sono da criticare mostre con attribuzioni non giustificate o con nomi che vengono utilizzati come specchietto per le allodole; ma non le mostre che fanno leva sulla curiosità del pubblico con curatori noti e competenti. Vedo il rischio, al contrario, nel sostenere iniziative che parlano esclusivamente agli addetti ai lavori». L'insistenza sugli Impressionisti non le sembra proprio il classico specchietto per le allodole? «Credo che gli Impressionisti funzionino anche come cavallo di Troia, come grimaldello per aprire una porta dove può entrare molto altro. Ad esempio, a Brescia credo che abbiano anche questo significato. Accanto agli Impressionisti molte altre rassegne proposte a Santa Giulia, così come inaltri luoghi, sono meno popolari e più di nicchia. Attraverso questo grimaldello altri artisti posso usufruire di maggiore notorietà». Passiamo al ruolo di industriali e mecenati nel sostegno alla cultura. E1 vero che la sostengono solo se c'è un cosiddetto «ritorno di immagine»? «E1 vero, è naturale. L'iniziativa che l'azienda propone deve avere un ritorno di immagine per l'azienda stessa, specie se è una s.p.a. Un'azienda coraggiosa può proporre, però, anche iniziative particolari. E' una scommessa anche il ritorno d'immagine, nulla è scontato». All'estero gli sponsor come si comportano? «Il rapporto con gli sponsor è vissuto con una naturalezza, direi, più anglosassone. E' un rapporto utilizzato con successo da anni e il pubblico è più abituato. All'estero c'è più impegno nel sostegno alla cultura da parte del singolo privato, anche per un diverso sistema di defiscalizzazione». Quali iniziative culturali consentono un maggior ritorno, anche qualitativo, di immagine? «La prevalenza va alle arti visive e alla musica, perché parlano di più all'anima della gente e sono accostabili alle attività di una azienda. Ma se si lascia alto il livello di qualità, la gamma è praticamente infinita». Ma le esposizioni e le attività culturali devono avere una finalità prevalentemente ludica e divulgativa o educativa, come la scuola? «Bisogna fare sistema. Una mostra è un'occasione da cogliere, perché mette sotto i riflettori determinati artisti e correnti. La scuola deve cogliere questa opportunità agendo insieme a chi organizza le mostre. Bisogna lavorare fianco a fianco. Non bisogna tuttavia dimenticare che la cultura è anche intrattenimento; anzi per molti secoli è stata intrattenimento e non esperien-za sacrale. Riallacciamoci anche a questa eredità per liberarci dall'idea che la cultura debba essere necessariamente noiosa». Delle mostre che l'hanno particolarmente convinta? «In agosto ero a Bilbao. Ho visitato il Guggenheim e le sue mostre. Ecco, credo che in questo caso noi si sia di fronte a un progetto culturale complessivo, che consente a una città di riposizionarsi e di costruirsi un profilo. Credo che anche Brescia questo lo abbia fatto, e che sia un esempio da imitare». Una singola mostra che le è piaciuta? «Come mostra mi è piaciuta quella di Anselm Kiefer, "I sette palazzi celesti" all'Hangar Bicocca di Milano».