Nel libro di Maria Federica Palestino, "Immaginazioni. Materiali per costruire strategie promozionali inclusive" (edizioni Clean), troviamo un'interessante ricognizione della nostra città nel contesto delle politiche di rigenerazione urbana degli ultimi vent'anni. Il termine rigenerazione urbana appunto l'oggetto di studio della Palestino, ricercatrice del dipartimento di urbanistica della Federico II si riferisce a un insieme di politiche imperniate sulle immagini simboliche ma anche sulle trasformazioni fisiche del tessuto urbano, con l'obiettivo di influenzare la percezione dell'opinione pubblica e in particolare il mercato del turismo, sul quale ogni città, al giorno d'oggi, pare sia destinata a competere. Nel libro sfila così il repertorio dei più recenti tentativi di "rigenerare" attraverso l'arte, la cultura, la partecipazione democratica una città per definizione ciclino camente "in crisi", e quindi ciclicamente predisposta a rinascere. Vengono rievocati i passaggi cruciali dei primi anni di amministrazione Bassolino la chiusura al traffico di piazza Plebiscito, i monumenti porte aperte, l'arte nel metrò che sono ormai riferimenti obbligati del discorso pubblico, ripercorrendo però certi dettagli dimenticati, per esempio il metodo, più decisionista che partecipativo, con il quale l'assessore alla cultura Renato Nicolini costruì un San Valentino di successo, prototipo dell'evento-contenitore da esportare sul mercato delle offerte turistiche; oppure le forti polemiche con cui venne accolta la decisione di vietare alle auto piazza Plebiscito, vicenda che inevitabilmente ci riporta alle diatribe attuali sul Lungomare. Secondo Palestino le politiche di rigenerazione napoletane si sono limitate, in una prima fase, a promuovere la città sotto forma di cartoline, nei casi migliori "cartoline animate", in cui gli eventi spettacolari o i personaggi pubblici non facevano altro che sfilare sugli sfondi urbani rigenerati. Le politiche più recenti, invece, si realizzano attraverso la costruzione di "ritratti urbani", che si riferiscono piuttosto al fare organizzato dei cittadini e della società civile, con azioni capaci di restituire vitalità e senso ai luoghi pubblici in crisi. Se questo attivismo si incontra con le istituzioni (e con la domanda di fruizione turistica, aggiunge Palestino) nascono appunto i ritratti urbani, ovvero immagini che rappresentano istanze espresse collettivamente dalla città. Il guaio è che oggi questo incrocio stenta a realizzarsi, gli "autoritratti" dei cittadini attivi non diventano quasi mai "ritratti", rappresentazioni, simboli di un'intera città. Le pratiche di cura e autogestione ma anche di rivendicazione conflittuale, aggiungeremo di alcune parti del territorio si moltiplicano, eppure rischiano di nascere e morire senza mai incontrare un interlocutore istituzionale, essendo ancora remota l'ipotesi di una regia pubblica che sappia connetterle, valorizzarle, allargarne l'esempio a tutta la città. L'autrice fornisce tre esempi, tratti dalla sua esperienza al servizio delle istituzioni. È l'ultima parte, la più desolante del libro, dal momento che gli studi, tutti e tre commissionati alla sua facoltà dalle amministrazioni pubbliche la messa a punto di un piano socio- culturale che accompagni la riqualificazione edilizia di Scampia; una ricerca sulla creatività nell'ambito del piano strategico voluto dall'assessore Oddati nel 2007 e poi rapidamente abbandonato; una proposta di riutilizzo di spazi pubblici in disuso, da realizzare nell'ambito del Teatro Festival, mai andata in porto saranno destinati a finire nei cassetti, inutilizzati per la mancanza di fondi o per l'inconcludenza dei referenti politici. La lettura di un libro del genere, che nasce da esigenze interne all'università e che faticherà a raggiungere un pubblico non specializzato, per via dell'esigua distribuzione ma anche per l'impostazione legata a modelli accademici, suggerisce almeno un pensiero sullo stato della saggistica che riguarda la nostra città, in particolare quella che si occupa di scienze sociali. Se prolifera, infatti, l'istant book sui malanni d'attualità oppure l'approccio romanzesco, spesso però poco solido se non amatoriale, mancano invece collane capaci di allineare con continuità analisi e riflessioni basate sullo studio dei dati e sulle ricerche di campo. Le case editrici locali sono numerose e agguerrite, e alcune giustamente ambiscono a un'identità di più ampio respiro, senza l'obbligo di fare solo libri napoletani; ma quando si tratta di raccontare la loro città raramente forniscono l'impressione di perseguire un progetto ben definito, rincorrendo piuttosto la presunta intuizione commerciale o adagiandosi su proposte preconfezionate e poco originali. Ci sono state in questi anni delle eccezioni, e le prime che vengono in mente sono i libri collettivi "Le lingue di Napoli", edito da Cronopio, oppure "Napoli comincia a Scampia" dell'Ancora del mediterraneo, e alcuni libri ben documentati sulla questione rifiuti, usciti a cavallo delle crisi più recenti. Ma restano episodi, che non hanno generato una struttura produttiva stabile, un gruppo di lavoro che potesse diventare un riferimento per altri ricercatori, una garanzia di continuità e affidabilità per i lettori. Ci sono diverse ragioni per questa mancanza e sarebbe interessante discuterne, ma la realtà è che oggi non esiste un polo editoriale cittadino che senta l'esigenza, per esempio, di trasformare un libro come quello della Palestino che già nell'indecifrabile titolo mostra le sue difficoltà nel comunicare all'esterno in un saggio snello e accessibile, mettendo in valore i suoi punti di forza (non ultimo la bella intuizione di affiancare al testo il racconto per immagini dei migliori fotoreporter cittadini); manca, insomma, una struttura che si proponga come priorità di fare da ponte tra le forme spesso paludate della ricerca universitaria e il compito di comunicare con chiarezza e originalità, e non solo agli addetti ai lavori, le proprie tesi; e soprattutto, che sia in grado di scovare e sostenere i giovani ricercatori indipendenti, di metterli in rete con altre esperienze in giro per l'Italia e per il mondo, di promuovere stili, forme, linguaggi innovativi, di suggerire nuovi ambiti di ricerca slegati da esigenze politiche o accademiche. In caso contrario, tante altre ricerche sono destinate a rimanere in potenza, oppure a restare chiuse dentro i cassetti.