IL RACCONTO di un passato prodigioso per salvare il presente e ricostruire un futuro. La soprintendente Cristina Acidini è chiarissima: cavalcando la coincidenza di eventi, presenta la mostra Lusso ed eleganza. La porcellana francese a Palazzo Pitti e la manifattura Ginoricome il no delle grandi istituzioni artistiche fiorentine all'ipotesi di una fine ingloriosa della storica fabbrica di Doccia. «Seppure non programmato, questo è il nostro modo di scendere in piazza ed essere accanto ai lavoratori della Ginori» dice Acidini: le 150 opere (20 delle quali inedite) in mostra da oggi al 23 giugno al Museo degli Argenti in Palazzo Pitti (l'evento cade nel quarantennale nella nascita del Museo delle Porcellane nel Casino del Cavalieri in Boboli) sono qui a ricordarci non solo i cromosomi prestigiosi che fanno il dna della Ginori (anno di fondazione 1737, lo stesso in cui morì Gian Gastone e trovò fine la dinastia medicea: qualcosa di nuovo stava per nascere), ma anche l'attenzione ricevuta nei secoli dalla politica, concretizzatasi in committenze fino agli albori della Repubblica italiana. Quella stessa politica che oggi sembra inerme davanti al crollo. Vasi, teiere, tazze, vassoi esposti provengono dagli anni compresi fra la dominazione napoleonica e la Restaurazione lorenese (1800-1830), che, a dispetto dell'avvicendarsi di ben quattro sovrani a Firenze (da Maria Luisa di Etruria a Elisa Baciocchi, da Ferdinando III di Lorena a Leopoldo II di Toscana) furono fiorentissimi dal punto di vista artistico, e videro la Ginori all'avanguardia nella lavorazione della porcellana. Ovvio che la dominazione napoleonica introducesse un gusto francese nella raffinata arte della Manifattura di Doccia. Meno ovvio che lo stile elaborato in Toscana lo facesse suo in modo così personale da dominare a lungo mode e stili decorativi: merito dell'illuminata direzione di Carlo Leopoldo Ginori Lisci che, intuendo quanto innovativa fosse la qualità delle ceramiche francesi, intensificò sempre più i rapporti con Sèvres, mutuando tecniche, colori, decori, così come i vertici della manifattura d'Oltralpe (il direttore Alexandre Brogniart tra gli altri) vennero più volte a Firenze a capire e studiare quello che stava accadendo qui. «Le due realtà non cercarono mai di primeggiare l'una su l'altra - spiega Andreina d'Agliano, curatrice della mostra con la collaborazione di Livia Frescobaldi Malenchini e Tamara Préaud - anzi, si considerarono sempre alla pari»: non sono pochi gli elaborati in cui la decorazione napoleonica si unisce a scorci paesaggistici toscani. Così come artisti quali Jean David, Joseph de Germain e Abraham Constantin, specializzati nella riproduzione su porcellana di capolavori dell'arte fiorentina (in mostra alcune copie su lastre di porcellana di capolavori del Rinascimento firma di Costantin), si spinsero fino a Doccia per erudire giovani decoratori nostrani come Giuseppe Baldassini e Giovanni Fanciullacci. La Granduchessa di Toscana Elisa Baciocchi è la protagonista indiscussa della mostra. Le suppellettili esposte (di Sèvres e di Doccia) mettono in risalto quanta attenzione la sorella di Napoleone ebbe per la porcellana: senza dubbio non minore di quella riservata alle arti. Tra le altre spiccano una teiera ed un vassoio donatole dal fratello nel 1813, provenienti rispettivamente da una collezione privata e dal Museo delle arti decorative di Amburgo, tra le molte istituzioni che hanno dato il loro contributo alla mostra, realizzata con la collaborazione degli Amici di Doccia. E troneggia anche lo splendido tavolo donato da Napoleone a Ludovico di Borbone I, re d'Etruria, e alla consorte Maria Luisa perché al loro arrivo non trovassero disadorna la Reggia di Pitti. Un «ritorno a casa» dal Museo Correr di Venezia.