L'OPERA SI TROVA IN VIA DELLA PANETTERIA, AL 15 IN UN PALAZZO CHE OSPITAVA IL FORNO DEI PAPI LA STORIA In un cortile del centro di Roma, neppur segnalato e quindi ignoto ai più, con il contorno ormai perduto d'un ex nobile palazzo (perfino un bieco rifacimento degli Anni 50), giace l'ultima tra le prodigiose fontane di Gian Lorenzo Bernini. È sul muro: entro un'arcata di pietra, che imita un antico ninfeo. Ha tre vasi: sopra, due tritoni reggono con una mano uno stemma (che non è più quello originale di papa Clemente IX Rospigliosi), e nell'altra impugnano due buccine, remote trombe; vi soffiano l'acqua, che si raccoglie nella vasca sottostante a forma di conchiglia, retta dalle code di due delfini intrecciate; il flusso si raccoglie in un bacino semicircolare alla base, con le teste dei delfini semiemerse. Una «macchina idraulica» di grande ingegno e di sicuro effetto spettacolare e teatrale. PANETTERIA È in via della Panetteria, al numero 15. Si chiama così, perché un tempo ospitava il forno del palazzo dei papi, il Quirinale. Vi si accedeva per un portone, oggi murato, da cui il 5 maggio 1809 irruppero i francesi per arrestare Pio VII Chiaramonti e deportarlo a Savona, poi a Fontainebleau. Dopo due anni di lavoro, nel 1699 la fontana è terminata; allora, avere l'acqua in casa era lusso di pochi. Il papa, per compensare Paolo Strada, suo cameriere e Scalco segreto (presiedeva e assisteva ai servizi di mensa), gliene aveva donate tre once dell'Acqua Felice, che riforniva anche i giardini quirinalizi. E lo Strada, per ringraziamento, crea nel suo palazzo la fontana con alla sommità lo stemma del papa. L'edificio diventa poi di Paolo Francesco Antamori, cardinale dal 1780, che subito scalpella l'insegna, e la muta nella propria. Così, il luogo, rimaneggiato, è ormai noto come palazzo Antamoro. IL CAVALIERE Bernini era allora l'artista più famoso al mondo. Aveva già compiuto le sue straordinarie realizzazioni: qualcuno ne elenca 72 (ma non sono tutte) tra palazzi, chiese, fontane. Da San Pietro, alla Fontana dei Fiumi di Piazza Navona; da Montecitorio, alla Loggia delle Benedizioni del Quirinale; da Sant'Andrea, alle sculture nella Galleria Borghese, alle effigi di Innocenzo X Pamphilj e Urbano VIII Barberini; dai monumenti funebri, al passo d'addio: l'Estasi della beata Ludovica Albertoni a San Francesco a Ripa. Il futuro Urbano VIII gli reggerà lo specchio per un autoritratto, e voleva «imbalsamarlo perché venisse reso eterno». In sessant'anni di fatiche, era stato al servizio di otto romani pontefici. Al primo incontro, ed era poco più che un ragazzo, Paolo V Borghese gli aveva fatto scivolare in mano cinque monete d'oro; e fino alla morte ne avrebbe tenuto un busto in bronzo in camera da letto. Già cavaliere a 20 anni e presidente dell'Accademia di San Luca (che liberava un condannato all'anno). Lavora giorno è notte: è l'unica cosa che gli piace; la mattina a messa, e la sera la Bibbia; la domenica al desco dell'amico papa, che a 40 anni, perché si sposi, gli fa violenza: «Si arrende ai consigli, nonostante la ripugnanza sua». Quando, il 12 giugno 1651, disvela il prodigio dei Fiumi in piazza Navona, papa Innocenzo dice: «Cavalier Bernini, con questa piacevolezza ci avete accresciuto dieci anni di vita»; ma è pessimo profeta: infatti, dopo nemmeno 4 muore. IN FRANCIA Bernini è un romano per eccellenza: non lascia quasi mai la città. Un unico viaggio, in Francia nel 1665, a 67 anni. Lo esige il Re Sole. Un suo ritratto era un immenso onore. Per ottenerlo, il cardinale Richelieu si sfila «un anello di 33 diamanti, sette dei quali di ragguardevoli dimensioni»; e Francesco I d'Este gli fa recapitare tremila scudi, somma ragguardevolissima; l'erma di Carlo I parte per Londra con la scorta di guardie speciali, che a ogni tappa informano. Del viaggio a Parigi, c'è un diario; è con il secondo degli undici figli, un aiuto, tre domestici, il cuoco. Il re gli invia il maestro di casa e il primo ministro; un palazzo apposta; l'interprete per i sei mesi in cui resta. Vorrebbe che rifacesse il Louvre; in cambio di un vitalizio di seimila ducati all'anno e il dono di «3.300 pistole per lui, borse ben colme al figlio e agli assistenti, lauta mancia ai servitori». Ma Bernini dice di no. E finisce i suoi giorni di nuovo a Roma. Anche l'ultima fontana, ora quasi dimenticata, ce ne ricorda l'incomparata grandezza.